Un grande piano di giustizia sociale che parta dalle carceri. Non ancora la rivoluzione, che comporterebbe il constatarne l’inutilità e procedere a una graduale loro abolizione. Sempre con l’orizzonte di un progetto di amnistia e indulto da tenere in agenda. Ma intanto una seria politica riformatrice, che sia socialista nell’attenzione a chi ha meno e liberale nel rivendicare i diritti di tutti. È questo il nuovo percorso di giustizia, la svolta che ci aspettiamo da un premier come Mario Draghi e da un ministro guardasigilli come Marta Cartabia.

Due potrebbero essere gli obiettivi: dare ossigeno a tutti coloro che in galera non dovrebbero neanche esserci, gli anziani, i malati (anche psichici), i disabili, i tossicodipendenti. Un grande piano sociale che coinvolga anche le amministrazioni locali per dare domicilio ai tanti detenuti poveri che una casa proprio non l’hanno, e finiscono per restare in carcere perché è l’unica abitazione loro consentita. E poi, rendere definitiva, e non più legata solo all’epidemia da covid, la sollecitazione del procuratore generale presso la cassazione Giovanni Salvi: cari magistrati, arrestate di meno, riducete al minimo la custodia cautelare. E non abbiate fretta nell’applicare la misura detentiva ai condannati in via definitiva. Sottinteso: spesso le persone sono cambiate, vista la lunghezza infinita dei processi penali nel nostro Paese, dal momento in cui avevano commesso il reato. E non è detto che la privazione della libertà possa essere l’unica soluzione né la migliore.

Non occorre un pallottoliere per fare di conto, rapidamente. Se almeno un quarto della popolazione carceraria è costituito da cittadini in attesa di giudizio che poi saranno assolti, e se un altro quarto è fatto di persone fragili, anziani e malati, spesso i più poveri, ecco che nel giro di qualche settimana il numero dei detenuti potrebbe essere dimezzato. Basterebbe la volontà, e potrebbe capitare, come è successo in Svezia negli anni scorsi, che si debba abbattere o riconvertire qualche prigione, perché le carceri sarebbero diventate troppe, perché non ci sarebbe un numero sufficiente di detenuti per riempirle. Oppure potrebbe succedere di non doverne comunque costruire, se si adottasse il sistema della Norvegia, dove l’80% delle pene non consiste nella privazione della libertà.

Certo, occorre anche un bel salto culturale. Dal “buttare via la chiave” ad abbattere le mura. Quelle del pregiudizio, quelle di chi pensa che lo Stato debba poter disporre del corpo e della mente di chiunque, quelle per cui è sufficiente usare il carcere come pattumiera, ed ecco che ogni problema sociale svanisce. Ma anche abbattere le mura materiali, quelle fatte di mattoni o di calcestruzzo. È vero che anche di recente, nei mesi scorsi, con le istituzioni perennemente con i nervi tesi perché era scoppiata una bomba di qualcosa di mai visto e imprevedibile, un virus assassino cui tutti eravamo impreparati, la “gara delle forche” era parsa avere la meglio. E rispetto alle grida furibonde di magistrati e giornalisti che, noncuranti del pericolo pandemia per agenti e detenuti nei luoghi ristretti del carcere, chiedevano appunto di buttare le chiavi, persino Alfonso Bonafede, il ministro più forcaiolo della storia, appariva un serio riformatore con il suo decreto “Cura Italia”.

Intellettuali che sarebbero inorriditi se qualcuno avesse loro chiesto un parere sulla schiavitù (che pure qualche secolo fa era stata accettata anche da persone che si consideravano virtuose), non avevano vergogna di strillare contro l’immagine di qualche vecchio mandato ai domiciliari. Era cominciata la caccia ai boss, che aveva significato solo l’ordine di non aprire le porte, di non mandare i criminali a riempire quelle strade che il virus aveva svuotato. Mafiosi o non mafiosi fossero, quegli anziani detenuti malati non sono certo scappati, una volta usciti dal carcere. E tutti questi “virtuosi” strillatori, magistrati “antimafia” e giornalisti associati, dovrebbero sapere che il principio costituzionale che tutela la salute, è prevalente su tutti gli altri principi della Carta.

Così la prima fase del virus aveva coinciso anche con qualche mutamento nella vita carceraria. Prima ancora del decreto Cura Italia, era stato il lockdown a far diminuire il numero dei reati e di conseguenza a ridurre un po’ l’affollamento, cosa che si era consolidata anche con una serie di provvedimenti di giudici e tribunali di sorveglianza, i primi a mostrare un forte senso di umanità e di preoccupazione per il virus che nel frattempo si stava espandendo all’interno degli istituti di pena. Questa prima fase si è conclusa nel modo peggiore, con le dimissioni del direttore del Dap Francesco Basentini, accusato quasi di intelligenza con le cosche mafiose per aver inviato una circolare ai direttori delle carceri in cui si pregava di prestare attenzione alla popolazione detenuta più fragile e più esposta al rischio di contagio.

Era quindi accaduto un fatto molto grave, soprattutto sul piano culturale: la Direzione delle carceri era stata affidata a procuratori “antimafia”, e ad altri pm “antimafia” avrebbero dovuto rivolgersi, da quel momento in avanti, i giudici di sorveglianza, e così anche i tribunali prima di prendere alcun provvedimento. Le carceri intere diventavano così una sorta di lazzaretti per mafiosi, luoghi di detenzione speciale in palese violazione dell’articolo 27 della Costituzione e del principio rieducativo della pena. Dopo qualche retata in cui venivano catturati pericolosi malati in barella, le carceri in autunno sono tornate a riempirsi, in concomitanza con la seconda ondata del contagio. Nel mese di novembre, dall’ufficio del Garante dei detenuti venivano diffusi i primi dati della diffusione del virus nelle carceri: 537 positivi tra i detenuti e 728 tra gli operatori.

Ma intanto, con l’esclusione delle notizie sullo sciopero della fame di Rita Bernardini, di prigione non si parla più. Nessuno intervista più neppure quegli ex magistrati come Luciano Violante e Gherardo Colombo che dopo una intera vita da inquisitori erano arrivati, uno da un punto di vista di cultura marxista l’altro da cattolico, alla stessa conclusione: il carcere non serve, anzi è nocivo a una società democratica. È stato a questo punto che si è mosso il procuratore Salvi, ed è stato un fiorire di provvedimenti di custodia cautelare ai domiciliari. Ma ancora pochi. L’alto magistrato si è improvvisamente ricordato, e con lui un certo numero di pubblici ministeri e di giudici per le indagini preliminari, del fatto che la reclusione in carcere dovrebbe essere l’ultima spiaggia, l’extrema ratio quando ogni altra misura non sia possibile. E questo in particolare nei confronti delle persone più fragili, quelle che in carcere non dovrebbero neppure mettere piede.

L’esortazione del procuratore generale della cassazione è legata all’emergenza covid. Ma può essere un punto di partenza per ridare dignità alla persona, per vedere un malato prima di tutto come un malato, senza identificarlo con il reato che ha commesso o di cui è accusato. Saper ritrovare la dimensione umana. E ricordarsi che non solo la pena di morte o la condanna all’ergastolo, ma la stessa pena da scontare in carcere sono le risposte violente dello Stato agli illeciti e alla devianza.

Per questo ci aspettiamo che il prossimo governo Draghi e la prossima ministra Cartabia facciano davvero esercizio di giustizia. Giustizia sociale e società dei diritti. Svuotare le carceri, prima di tutto, ridurne la popolazione del 50%. Coraggio, non è difficile, abbattiamo le mura del pregiudizio e quelle di mattoni. Dopo staremo meglio, tutti.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.