Metà pomeriggio, corridoio a destra dell’aula di Montecitorio. Frammenti di giornata dal palazzo dove si cerca la soluzione alla crisi di governo. «Vedo un clima di incertezza» dice sistemandosi la mascherina sul naso Bruno Tabacci che ha nel sangue il passo lungo delle crisi della vecchia Dc e in questa crisi, dove siede al tavolo delle decisioni che contano, è ringiovanito una dozzina d’anni. Se dice così, vuol dire, al contrario, che la trattativa sul programma sta proseguendo più spedita del previsto.

«Bisogna però che il professor Renzi…» scusi onorevole, il professore è Conte.. «Si vede che si sono scambiati i ruoli – scherza Tabacci – Comunque bisogna che il professor Renzi capisca che non si può scrivere il cronoprogramma senza avere il premier. Chi ci va poi alla Camere a chiedere la fiducia? Renzi o il premier?». In effetti. Poco dopo passa il ministro per gli Affari con il Parlamento Francesco Boccia, Pd corrente Emiliano, già iscritto all’embrione del partito di Conte che è in incubazione in Puglia. «Non so nulla di cosa sta succedendo su. Posso però dire che molte, quasi tutte le cose dette in questi due mesi non sono vere. Il governo ha lavorato e abbiamo anche il piano vaccini». Il Parlamento lo chiede da un mese e non l’ha ottenuto ma il ministro dice che il piano vaccini c’è.

La “crisi” è qui sopra, al secondo piano, sala della Lupa, vicino agli uffici della Presidenza. Siamo al terzo giorno di esplorazione da parte del presidente Fico. Il tempo scade stasera quando l’esploratore dovrà fare rapporto al presidente Mattarella a cui spetta la decisione finale: tentare con il Conte ter o avviare un secondo giro di consultazioni al Colle per poi approdare ad altre soluzioni, governo del Presidente compreso e allargato almeno a un pezzo di opposizioni. Il “secondo giro” sarebbe, diciamolo subito, l’uscita di scena di Giuseppe Conte. Gli osservatori danno Conte ter al 60 per cento. In quel 40 per cento che resta c’è ancora un mondo di opzioni.

Stiamo intanto sulle 48 ore che è già complicato. La giornata sembra di stallo ma non lo è. Gli occhi sono puntati sulla Sala della Lupa dove da ieri mattina alle 9.30 fino a notte fonda (con una pausa pranzo di un paio d’ore) i capigruppo del novello pentapartito (il Conte ter, se sarà, avrà cinque gambe) si sono concentrati sui famosi “contenuti”. I capigruppo del Pd Delrio e Marcucci chiedono un piano per l’occupazione femminile, la parità salariale, politiche attive per il lavoro. E la riforma degli ammortizzatori sociali. È, questo, un vecchio cavallo di battaglia mai risolto. Abbiamo 14 tipi diversi di casse integrazione, un regalo alla burocrazia che si traduce in disservizio per i cittadini. Basterebbe poco per riformare e uniformare. Non si fa.

Dal grande tavolo – per sicurezza Covid – della Sala della Lupa escono frammenti di discussioni più vivaci: Marcucci e Tabacci contro il capogruppo M5s Crippa per fargli capire la necessità del Mes; Faraone e Boschi (Iv) in nome della “discontinuità” hanno chiesto un passo indietro al presidente dell’Inps Tridico e al professor Parisi che tra il Mississipi e Roma, gli Usa e l’Italia, è responsabile del fallimento dei navigator e del sistema del reddito di cittadinanza (non del reddito in quanto tale che è giusto e necessario). Crimi ha risposto strabuzzando gli occhi. Ma tra casse integrazioni mai erogate e truffe sul reddito di cittadinanza anche Crimi sa che occorre cambiare qualcosa e dare un segnale chiaro di discontinuità. È un tavolo “tranquillo” questo della Sala della Lupa. I 5 Stelle definiscono “fondativi” temi come “la nazionalizzazione delle banche” e il taglio dei fondi all’editoria.

Se per caso rischia la noia, ci pensa Iv a risollevare l’attenzione. Come quando mette sul Tavolo la Bicamerale per le riforme costituzionali e il Recovery fund “aperta” alle opposizioni. Occhi sbarrati di Crimi e Crippa: mai con Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia. E però prima o poi, se saranno riforme vere, le opposizioni andranno coinvolte. Per Iv la legge elettorale deve essere “maggioritaria”: «Se la volete proporzionale, sono necessarie le preferenze». Titoli, temi, contenuti. Ma è chiaro che non è questo il Tavolo che conta. Quello “vero” non ha un luogo fisico ma corre via whatsapp e cellulare. Mentre i capigruppo discutono, Fico nella stanza accanto tratta i nodi più difficili: premier e ministri. La sensazione netta è che se fallisce il tavolo delle telefonate, evapora subito dopo anche quello dei contenuti. Che il tavolo del confronto finisca oggi con un cronoprogramma (come chiede Renzi) è possibile solo se i punti del programma saranno titoli.

È chiaro che non c’è modo di scrivere adesso il piano esecutivo dei punti programmatici. Ciascuno però stasera potrà dire di aver messo a segno un goal perché un pezzo di carta ci sarà ma non quello preteso e Fico lo potrà mostrare a Mattarella come prova della possibile intesa di maggioranza. Anche solo il verbale in bella copia della riunione. Il premier dimissionario Conte, silente a palazzo Chigi, non gradirà comunque. Ieri lo ha fatto pervenire per le vie brevi al presidente Fico – c’è anche Conte al tavolo delle telefonate – che di sicuro lui, Conte, non va a gestire un programma scritto da altri e dove lui non ha messo bocca. Ridimensionato è un conto. Notaio dei partiti di maggioranza è un altro. L’ultima tattica di Matteo Renzi: comprare tempo per far sì che tutto questo diventi insopportabile per il professore, presidente del Consiglio che da maggio in avanti ha pensato di snobbare non solo i partiti ma anche il Parlamento. «Un premier commissariato? Ma quando mai» taglia corto il presidente di IV Ettore Rosato. Di sicuro, se sarà Conte ter, sarà un premier più debole del Conte 2.

Mentre al tavolo si parla di “contenuti e temi”, al telefono Fico mette in campi i nomi. Se sui contenuti ognuno dice la sua e ci sono pochi passi avanti, il tappo vero, lo stallo della crisi, è sui nomi. Girano liste, borsini, pizzini, chi entra e chi esce. Incrociando e facendo un po’ di tara, dovrebbero lasciare i rispettivi incarichi Alfonso Bonafede (Giustizia, al suo posto si fa il nome del procuratore Francesco Greco) e Riccardo Fraccaro (Presidenza del Consiglio), per entrambi sono già pronti due incarichi di livello. E poi il ministro dell’Ambiente Costa che potrebbe tentare la corsa a sindaco di Napoli. E le ministre De Micheli (Pd), Pisano (Digital) e Catalfo (M5s), non in grado purtroppo di gestire la massa di lavoro che arriverà con il Recovery plan. Restano una notte e un giorno, l’ottavo della crisi. Difficile che la soluzione possa arrivare stasera.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.