Sulla carta il carcere dovrebbe essere il rimedio straordinario, l’extrema ratio, e le misure alternative quello ordinario. Nella realtà accade esattamente il contrario, per cui i più finiscono in cella e a pochi sono concesse misure alternative alla reclusione. Eppure il sistema, nel suo complesso, funzionerebbe in maniera molto più efficace se si rispettasse quello che prevede la Costituzione, evitando di alimentare oltremodo questa proporzione al contrario.

Dall’ultimo report sullo stato delle carceri in Campania emerge che la popolazione carceraria è composta da 6.570 detenuti, 2.349 ancora in attesa di giudizio, mentre sono 8.426 le persone sottoposte a misure alternative o sanzioni di comunità. Quest’ultimo dato è in calo rispetto al 2019. E il garante regionale Samuele Ciambriello, nel suo report annuale, spiega che il numero è anche «sintomatico del debole sforzo compiuto dal legislatore per contrastare il sovraffollamento carcerario in un periodo in cui tale esigenza è stata avvertita in modo ancora più impellente a causa dell’esplosione del contagio da Covid-19». «Per contrastare efficacemente il rischio che le carceri divenissero veri e propri focolai epidemici – ragiona il garante – sarebbe stato necessario incrementare l’utilizzo delle misure alternative nei confronti di quanti devono scontare una pena inferiore a 4 anni, o residuo di essa, per reati non ostativi. L’ emanazione del Decreto Cura Italia e le successive proroghe non hanno sortito gli effetti sperati».

Degli 8.426 soggetti sottoposti alle misure alternative in Campania, 4.829 sono a Napoli, 1.380 a Caserta e il resto diviso tra Salerno e Avellino. In particolare, a Napoli, si contano 1.471 casi di messa alla prova al servizio sociale, 1.714 in detenzione domiciliare, 223 in semilibertà, 354 in libertà vigilata. Quando si parla di Uffici dell’esecuzione penale esterna si parla di uffici territoriali del Ministero della Giustizia che si occupano di persone che devono scontare una condanna penale e, dal 2014, anche di imputati o indagati, quindi persone in attesa di giudizio, e di persone che chiedono di accedere all’istituto giuridico della messa alla prova. Il nodo cruciale resta però quello delle risorse messe a disposizione, cioè del personale.

Attualmente, in Italia, sono operativi 58 Uffici dell’esecuzione penale esterna. In Campania ci sono una sede a Napoli, una a Salerno e uffici locali ad Avellino, Benevento e Caserta. Rispetto alla mole di lavoro il personale impiegato è carente: complessivamente si contano 44 operatori amministrativi, 19 unità di polizia penitenziaria, 79 assistenti sociali, 23 esperti e consulenti. «Irrisorio – aggiunge il garante – è il numero dei volontari, ulteriormente ridotto anche a causa dell’interruzione dei progetti di fondamentale valenza trattamentale realizzati all’interno delle carceri, una riduzione che è conseguenza della pandemia e della necessità di ridurre gli ingressi per diminuire i rischi di contagio». La carenza più grave si riscontra nel personale destinato al supporto psicologico: presso l’ufficio dell’esecuzione penale esterna di Napoli, che ha la gran parte dei soggetti presi in carico, operano soltanto due psicologi, un solo funzionario pedagogico e nessun operatore amministrativo.

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).