Mancava giusto il libro strenna di Bruno Vespa, un classico della politica degli ultimi trent’anni, per aggiungere ancora più pepe al romanzo Quirinale. Come se non bastassero i tumulti interni in ciascun partito e nelle ipotizzate coalizioni. Le pillole di Perché Mussolini rovinò l’Italia (e perché Mario Draghi la sta risanando) in uscita il 4 novembre, vengono distribuite ad agenzie e redazioni con la consueta sapienza, quelle più attuali, quelle più dirompenti. In pieno semestre bianco, a due mesi dal voto presidenziale, in piena ristrutturazione della scena politica, le pillole diventano facilmente bombe. Come le riflessioni che il numero 2 della Lega Giancarlo Giorgetti ha consegnato a Bruno Vespa. Sul futuro della Lega. E sugli scenari quirinalizi. E il “caos Quirinale”, come viene definito anche nei pressi di palazzo Chigi, è servito.

Dentro il fu partito di Bossi, di cui Giorgetti è sempre rimasto un fedelissimo, siamo alla vigilia di un altro giro di boa. Ancora non ha la forma della scissione interna ma si annuncia un assoluto ribaltamento di ruoli e agenda. Da antieuropeisti a filoeuropesiti, da sovranisti a liberali, da anti Draghi a pro Draghi, di cui Giorgetti è tra l’altro uno dei più convinti sostenitori. Per usare una metafora un po’ pop, è come passare “da Bud Spencer a Meryl Streep”. Dice infatti il ministro per lo Sviluppo economico e numero 2 del partito: «Io e Salvini continueremo a mantenere un binario comune finché il treno del governo viaggia veloce, altrimenti rischiamo noi di finire su un binario morto. Il problema è se Salvini vuole sposare una nuova linea o starne fuori. Questa scelta non è ancora avvenuta perché, secondo me, non ha ancora interpretato la parte fino in fondo. Matteo è abituato a essere un campione d’incassi nei film western. Io gli ho proposto di essere attore non protagonista in un film drammatico candidato agli Oscar. È difficile mettere nello stesso film Bud Spencer e Meryl Streep. Il problema è che ancora non so cosa abbia deciso. Avviso però che i western stanno passando di moda».

Facendo un po’ di analisi logica di questo brano, viene fuori una sorta di ultimatum del vice al suo leader: o cambi schema di gioco o, appunto, siamo a fine corsa. La svolta europeista è iniziata, senza dubbio, con l’ingresso nel governo Draghi ma “è rimasta incompiuta”. Se Salvini “vuole istituzionalizzarsi” ora ha una sola strada: «Entrare nel Ppe e dire addio all’Afd di Marine Le Pen». Il debito di riconoscenza con la leader nazionalista francese che dieci anni fa tese la mano ad una Lega in grandi difficoltà può considerarsi “estinto”, secondo Giorgetti. Il piano non è poi così segreto. È stato oggetto di confronti anche la scorsa settimana durante le cene a Villa Grande tra il Cavaliere e i suoi ministri, viceministri e capogruppo. Ne ha parlato Berlusconi quando è andato al vertice del Ppe a Bruxelles. Serve tempo ma la strada è segnata. E sembrerebbe non prevedere, al momento almeno, Giorgia Meloni. Però un conto sono le indiscrezioni nei retroscena giornalistici, ben altro i virgolettati del numero 2 della Lega consegnati alle pagine di una strenna natalizia.

Pare che nello stato maggiore della Lega non sia dispiaciuto il tempismo delle anticipazioni. Ieri e non oggi e neppure domani. Ieri, ad esempio, Salvini era in giro per l’Italia (a Pistoia) con l’amico presidente brasiliano Bolsonaro accusato in patria di aver mandato a morire migliaia di concittadini con il suo negazionismo sul Covid. Un nazionalista alla Trump e non proprio un esempio di liberale di destra. Salvini ha messo a tacere Giorgetti con un lapidario «la Lega lavora ad un nuovo gruppo politico europeo che metta insieme le destre. Non guarda certo ad un gruppo vecchio (come il Ppe, ndr)». Poi ha cambiato discorso dicendo di volersi concentrare sulla manovra: «Io mi occupo di salvare le pensioni e di tagliare le tasse». Ma la scelta è sul tavolo. E spacca il centrodestra prima e Forza Italia poi. Come fa notare Osvaldo Napoli, ex di Forza Italia, approdato nel gruppo di Giovanni Toti Coraggio Italia, uno di quelli che – con Italia Viva (41 voti) e quel centinaio del gruppo Misto – con i suoi 31 voti darà le carte quando ci sarà da eleggere il Presidente. «Salvini – dice Napoli – ritiene possibile in Europa costruire un centrodestra che metta insieme Merkel e Afd, i Republicains di Christian Jacob con Marine Le Pen quando sa bene che Merkel e Jacob sono avversari degli alleati di Salvini in Europa. Il traguardo politico di Giorgetti – la Lega vicina al Ppe – va nella direzione opposta a quella di Salvini. Chi deve muoversi e cambiare direzione di marcia è Salvini».

Poi c’è il Giorgetti che guarda al Quirinale. Lo scenario, dal suo punto di vista, è chiaro: conservare il ticket Mattarella-Draghi fino al 2026. Oppure Draghi subito al Quirinale «da dove può comunque guidare il convoglio Italia» grazie ad un semipresidenzialismo nei fatti. Tutto questo agita le acque quirinalizie dove gli scenari cambiano di giorno in giorno e le trame sembrano assorbire le energie dei parlamentari ben più della legge di bilancio e delle decisioni serie e decisive che devono essere prese sul clima e sull’ambiente dai 190 paesi riuniti a Glasgow per la Cop 26. Se la Lega è in cerca della propria strada, non sono in condizioni diverse Pd, M5s e Forza Italia. Il segretario dem rinvia la discussione a gennaio, ufficialmente conferma Draghi alla guida del governo (e poi nel 2023 si vedrà) anche perché nelle file del suo partito ci sono almeno 5-6 candidati forti che ambiscono alla residenza dei Papi. Ciascuno di loro, tra l’altro, controlla piccoli ma importanti pacchetti di voti.

I 5 Stelle sono in alto mare: non si fidano di Conte che da una parte elogia Draghi («un ottimo Presidente della Repubblica») ma dall’altra lo critica sulla legge di bilancio e sul G20 che ha invece fatto impazzire il mondo. Ad impazzire sono stati i suoi parlamentari, di Conte, che hanno un’unica priorità: andare a votare il più tardi possibile. E nessuno si fida dello scenario Draghi presidente e governo Franco fino al 2023, per fare la legge elettorale e la prossima legge di bilancio. Il centrodestra, con o senza Fratelli d’Italia, ha l’obbligo di stare al tavolo per la scelta del nuovo Capo dello Stato visto che non tocca palla dal 2006. E deve almeno provarci con Berlusconi visto che glielo hanno detto e glielo hanno fatto credere. Dunque, avanti con gli scenari sul nuovo Capo dello Stato, pallottoliere alla mano e mentre i partiti consumano il loro Armageddon finale.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.