Tra una citazione di Dante – in aula alla Camera – e una conferenza stampa a Milano convocata con le stimmate dell’ora grave e molto seria, la Lega prova a riprendere in mano l’agenda di governo con la consegna interna di “parlare sempre meno di green pass” e concentrarsi su materie fiscali, di spesa e legate alla crescita”. Di cominciare, ad esempio, “a fare vigilanza attiva sul Pnrr e la messa a terra dei progetti”. Che, dicono gli esperti di infrastrutture del Carroccio, tra cui l’ex sottosegretario Edoardo Rixi, «faticano a decollare senza una vera Semplificazione che al momento non c’è».

In mezzo a tutto questo però c’è un leader furioso, spiazzato, che attacca per difendere e minaccia (porta via parlamentari a Forza Italia) se la Federazione unica del centrodestra di governo – unico modo per tenere Meloni seconda – non dovesse nascere a giorni. Non è un bel momento per Matteo Salvini, re di un regno che rischia di scappargli di mano. E non c’è niente di peggio di un leader ferito. Una giornata con molte facce per la Lega. Alla Camera si vede quella di governo. La citazione di Dante è risuonata ieri a fine mattinata nell’aula della Camera per il voto finale sul decreto Green Pass/2 a cui era stata data la fiducia il giorno prima con la pesante assenza di 52 deputati leghisti (lo stesso numero assente anche ieri). Figlie non della campagna elettorale in corso ma del momento delicato che sta attraversando la Lega divisa tra linea governista di Giorgetti e governatori e linea no vax/no pass di un gruppo – assai minoritario – di parlamentari. Salvini per tenere insieme l’una e l’altra sta giocando da troppo tempo su una linea di ambiguità che però è esaurita. Il momento della scelta è adesso: tra diventare leader di un partito della destra moderata, liberal ed europeista oppure front man di forze populiste e sovraniste che ancora non hanno capito di essere le prime vittime sociali dell’epidemia.

È stato Massimiliano Panizzut, incaricato dal capogruppo Molinari di fare la dichiarazione di voto finale sul Green Pass, a citare il Sommo Poeta. «La Lega voterà in modo favorevole a questo decreto», ha detto rompendo la suspense di chi faceva il tifo per un voto che fotografasse la spaccatura interna. «Speriamo tutti di tornare presto alla vita normale. Nessuno ha piacere di vessare i cittadini. Il green pass serve per riattivare l’economia. Ma tra chi vuole il green pass anche per andare in bagno e chi cita il nazismo c’è la via del buon senso. La Lega vigilerà e proporrà modifiche non per partito preso e per scontro ma per riuscire a rivedere le stelle». Una dichiarazione di voto normale, di buon senso appunto. Che si leva qualche sassolino dalle scarpe rispetto all’eurodeputata Donato che ha lasciato la Lega e che, appunto, aveva paragonato la scritta all’ingresso del campo di Aushwitz (e non solo) “il lavoro rende liberi” a chi oggi dice “il vaccino rende liberi”. È una dichiarazione di voto ben diversa rispetto a quella del decreto Green Pass/1 votato la scorsa settimana e pronunciata da Claudio Borghi. In mezzo, appunto, c’è stato il green pass obbligatorio per 23 milioni di lavoratori. E l’aver compreso – anche qui un po’ in ritardo – che le barricate su questo tema sono perdenti per qualunque persona di buon senso.

Poi c’è la Lega della conferenza stampa convocata martedì sera tardi per ieri mattina. Da Milano sono arrivati due diversi tipi di messaggio. Il primo è una sorta di ostentazione di muscoli, soprattutto con Forza Italia. Ma anche con FdI e i centristi. Salvini ha chiamato giornalisti e telecamere per informare dell’arrivo in consiglio regionale tra i banchi della Lega di due nuovi amministratori locali (Fermi e Piazza) eletti con Forza Italia. Ha annunciato anche l’arrivo di due nuovi parlamentari (“non necessariamente dal centrodestra”). Ha ricordato che a settembre sono stati 30 i sindaci passati da Forza Italia alla Lega. Numeri e movimenti che ha sottolineato, rimarcando che “è da un anno che propongo le Federazione del centrodestra di governo (cioè con Forza Italia, ndr), prendo atto del fatto che qualcuno non la vuole». Lo “scippo” di parlamentari e amministratori è un brutto messaggio per Forza Italia. Che aumenta le distanze. «Non si resta alleati di chi sotto elezioni accoglie i nostri consiglieri e parlamentari», taglia corto Elio Vito (Fi). Sarà il voto delle amministrative – e poi la legge elettorale – a decidere la faccenda: se Fi resta sopra il 5%, la Federazione potrebbe allontanarsi.

Il secondo messaggio riguarda l’agenda di governo. Salvini sembra non voler fare passi indietro su vaccini e green pass. Resta ambiguo e giustifica le assenze in aula nel voto alla Camera. Ma rilancia sui temi economici. Oggi è previsto un Consiglio dei ministri sul caro bollette. Il governo metterà sul tavolo 2-3 miliardi per evitare salassi alle famiglie. Salvini proverà a rivendicare la misura (su cui Draghi ha lavorato dal primo minuto). La prossima settimana è previsto un nuovo Cdm tutto economico su Nadef, decreto fiscale e delega fiscale dove dovrebbe essere inserita la revisione del catasto contro cui la Lega ha subito alzato le barricate. Dossier su cui Salvini alza la guardia per scongiurare nuove tasse camuffate. Così come eventuali passi indietro su Quota 100 e il mantenimento del reddito di cittadinanza. La confusione è tanta in casa Lega. Il voto per le amministrative e, ancora prima, il voto in Germania (domenica) sono gli ultimi spartiacque. Poi il leader della Lega dovrà decidere cosa fare e chi diventare. Così non può più andare avanti. Né in Italia, né in Europa dove deve decidere tra entrare nel Ppe o restare con le destre sovraniste.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.