Mai come questa volta il voto delle amministrative sarà carico di conseguenze sugli equilibri e sulle alleanze. A destra come a sinistra. Gli ultimi sondaggi – da oggi saranno proibiti – consegnano una fotografia diversa rispetto a luglio. Il 3 e il 4 ottobre sono 1349 i comuni che dovranno rinnovare sindaci, giunte e consigli comunali. Di questi, 21 sono capoluoghi di provincia e sei di regione. Vanno al voto anche la Regione Calabria e due collegi uninominali per la Camera, Siena e Roma-Primavalle. È il primo voto (per il 50% degli aventi diritto in Italia) dopo un anno e mezzo di pandemia e dopo la nascita del governo Draghi che ha arruolato la Lega e Forza Italia ma non Fratelli d’Italia, creando così un centrodestra di governo e una destra di opposizione.

Tutti elementi, a cui va aggiunta la mission del Pnrr e l’investimento di 220 miliardi, più che sufficienti per fare di questa tornata elettorale la cartina di tornasole per quel laboratorio in continua evoluzione che è la politica italiana.
Gli ultimi sondaggi consegnano una fotografia diversa da quella di luglio. In piena estate, il centrodestra, che al momento governa solo a Trieste (tra le sei città capoluogo di regione) e in Calabria, era dato vincente a mani basse a Torino, Roma e Napoli. Incerta Milano. Saldamente in mano al centrosinistra, Bologna. Insomma, fissata a sette l’asticella della posta in gioco (i sei comuni capoluogo di regione e la regione Calabria), il centrodestra era candidato a stravincere 5 a 2.

I sondaggi consegnano ora una situazione ribaltata con un possibile 5 a 2 o 4 a 3 per il centrosinistra più o meno alleato con i 5 Stelle. Il centrodestra dovrebbe vincere a mani basse in Calabria e a Trieste ma è clamorosamente sotto a Bologna, Napoli e Milano, ed è impegnato in durissimo testa a testa a Torino e a Roma, le due “capitali” conquistate nel 2016 del Movimento 5 Stelle e dove non è stato in alcun modo possibile per Letta e Conte stringere alleanze. La madre di tutte le battaglie è Roma. Se le cose dovessero evolvere come dicono i sondaggi, il centrodestra dovrà gestire una sconfitta che costringerà la coalizione ad un poderoso tagliando. E riflessione.

Le dinamiche ormai sono esplicite: al di là delle foto a favore di telecamere con tanto di lago di Como sullo sfondo, Giorgia Meloni e Matteo Salvini sono da mesi ai ferri cortissimi. Tra di loro è caccia all’ultimo voto. O meglio, a far sì che i rispettivi partiti risultino egemonici nella coalizione di centrodestra. Il sorpasso sarebbe già avvenuto anche se per pochi decimali (19,5 la Lega; 20,04 Fdi) che sono quanto di più effimero specie quando il 30 per cento degli elettori si dichiara indeciso. Non c’è dubbio però che la campagna estiva di Salvini contro green pass e vaccini sia risultata fallimentare. Per il suo consenso interno (il segretario è stato messo in minoranza da ministri e presidenti di regione) e rispetto alla coalizione dove i contrari – no vax, ni vax, no pass etc – alla fine premiano la coerenza di Meloni che non gli ultimatum sempre smentiti del segretario leghista messo in minoranza dai suoi ministri e dal suo stesso elettorato.

Non è chiaro perché Salvini abbia preferito inseguire il consenso di una netta minoranza anziché costruire la leadership di colui a cui anche Berlusconi ha consegnato le scettro del comando di una destra moderata, liberale ed europea. Nel 2023 gli italiani difficilmente consegneranno il paese ad un leader che ha inseguito i no vax anziché la sicurezza e la ripresa. Ma tant’è. Forza Italia, se resiste sopra il 5%, sarà ancora una volta decisiva. A tutto questo si aggiunge che la scelta dei candidati, come dicono i sondaggi, non è stata felice. Michetti, il mr Woolf voluto da Meloni per conquistare il Campidoglio, fatica a riempire le piazze. È tra il 29 e il 33% e se andrà al ballottaggio con Gualtieri (Pd, tra il 26 e il 30%) è destinato a perdere al ballottaggio. Calenda è clamorosamente terzo (18-22%) e Raggi quarta (15-19%). Non funziona Bernardo a Milano (come sarebbe andata con Albertini, indicato da Forza Italia?) e Napoli, data per sicura a Maresca, sembra invece già consegnata a Manfredi (il candidato di Letta e Conte).

Dall’altra parte i sondaggi prefigurano il paradosso di Letta che a Siena, nelle suppletive, corre con una maggioranza che va da Renzi a Leu, compreso Calenda, e senza simbolo Pd. Il trionfo inatteso del centrosinistra caricherebbe di responsabilità il segretario del Pd. Nella costituenda alleanza giallorossa, il peso specifico del M5S sembra destinato ad assottigliarsi e non di poco. In caso di ballottaggio, sia a Torino (Damilano, cdx, 44,2% e Lo Russo, csx, 41,4%) che a Roma, i voti 5 Stelle a chi andrebbero? Per molti parlamentari dem un risultato del genere costringerebbe il segretario ad aprire immediatamente il tavolo delle alleanze per le politiche ai riformisti liberaldemocratici. Ma che fare con Conte, Orlando e Provenzano che guardano solo a sinistra?

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.