Tre anni e sette giorni. E nulla, oggi 8 giugno 2021, è più come quel primo giugno 2018 quando Sergio Mattarella dette l’incarico a uno sconosciuto professore – Giuseppe Conte– cui fu affidato il governo più populista e antisistema della storia della repubblica. L’Italia si ritrovò a essere da paese fondatore della Ue a democrazia in mano a gente che incontrava i gilet gialli francesi, voleva uscire dall’euro e faceva un pensierino per mettere sotto impeachment il Capo dello Stato non sufficientemente prono alle loro pretese di svuotare la scatoletta di tonno delle istituzioni.

Tre anni dopo Mattarella è, per fortuna, al suo posto, baluardo di ragionevolezza e sangue freddo dopo tre crisi di governo e una pandemia che alla crisi politica ha sommato quella economica e sociale. Tutto il resto è cambiato. E sta cambiando molto rapidamente. “Nulla sarà più come prima” è stato il mantra durante i mesi di lockdown a colori. Concetto che riguarda soprattutto il sistema della politica e dei partiti. Che ora, approfittando del fatto che a palazzo Chigi c’è Mario Draghi a fare il lavoro che la politica non è stata in grado di fare, è nel pieno della dissoluzione. Fase prodromica e necessaria alla ricostruzione.

Diciamo subito che mentre è “facile” fotografare l’implosione del sistema, molto più difficile, al limite tra il lavoro dell’aruspice e quello del Divino Otelma, è capire che cosa accadrà da qui al prossimo anno. Quando la legislatura comincerà il conto alla rovescia verso lo scioglimento. E questo perché manca lo strumento di lavoro fondamentale: la legge elettorale. Finché non sapremo quale sarà l’orientamento del Parlamento per le regole del voto (maggioritario, proporzionale, misto, quello che c’è), è impossibile prevedere come il quadro partitico andrà a ricomporsi. L’implosione invece è sotto gli occhi di tutti. Con numeri eloquenti documentati dai siti istituzionali di Camera e Senato e l’aiuto dell’associazione Openpolis. Sono 203 (138 deputati e 65 senatori) su 945 i parlamentari che hanno cambiato casacca in questi tre anni.

L’emorragia più evidente ha riguardato il Movimento 5 Stelle che da inizio legislatura ha “perso” 60 deputati e 33 senatori che si sono accasati nel gruppo Misto, in altre “componenti” o a destra, tra Lega e Fratelli d’Italia. Pochissimi, un paio, i 5 stelle entrati nel Pd. Il secondo gruppo parlamentare più colpito dallo tsunami è Forza Italia: ha perso 37 pezzi (27 alla Camera e 10 al Senato). Il grosso è transitato la scorsa settimana in “Coraggio Italia”, il nuovo gruppo parlamentare di Giovanni Toti e Luigi Brugnaro che teme la deriva salviniana di Arcore e ha anticipato la mossa di Salvini della “federazione” di centrodestra provocando un distacco importante da Forza Italia. Che potrebbe non essere finito.

Il terzo partito più colpito è il Pd: da inizio legislatura ha perso 31 parlamentari, la diaspora di Italia Viva. Ma al di là delle partenze e degli addii, il Pd è in fermento da quando è stato deciso – settembre 2019 – che poteva avere un senso governare con i 5 Stelle. Dunque il Nazareno cura con i cerotti le linee di frattura che però continuano a lavorare sotto la superficie. Oltre che dai numeri, lo tsunami che sta attraversando la legislatura è ancora più evidente passando in rassegna in gruppi parlamentari. Alla Camera erano sette all’inizio della legislatura: Leu, Pd, M5s, Fi, Lega, Fdi, Misto/Maie. Sono diventati nove: Italia viva a sinistra e Coraggio Italia al centro. Con il fenomeno della moltiplicazione dei pani e dei pesci nell’ambito del gruppo Misto, dove da tre componenti presenti all’inizio (Azione/+Europa/Radicali italiani; Maie/Psi; Minoranze linguistiche) si è passati a sette: Centro democratico; Facciamo eco/verdi; L’Alternativa c’è; Noi con l’Italia/Rinascimento). Si contano altri 23 deputati senza indirizzo. Al Senato i gruppi erano sette e sono diventati otto (alla camera alta non si può costituire il gruppo se il simbolo non era presente alle ultime elezioni). È nata Italia viva, grazie al simbolo del Psi. Adesso potrebbe nascere il gruppo di Coraggio Italia. Anche qui ci sono ben 45 senatori iscritti al Misto. Una massa in grado di spostare maggioranza e su cui molto aveva lavorato, inutilmente, Giuseppe Conte per aprire la strada al Conte ter.

È la fotografia della balcanizzazione della politica italiana. Che deve ritrovare un centro di gravità permanente, citando Battiato che aveva messo in note la dissoluzione politica della nostra povera patria. Lo tsunami non è finito, come si diceva. Se non è possibile capire l’approdo finale, cosa resterà e come e perché manca la legge elettorale, è però possibile seguire alcune linee di frattura. Nei 5 Stelle, prima di tutto. Non è ancora chiaro cosa sarà il nuovo partito di Conte. Di sicuro altro potrebbe nascere dagli ortodossi ancora senza casa (i senatori Morra e Lezzi e Ale Di Battista) che stanno valutando se prendere residenza con Davide Casaleggio. Nei capannelli di Camera e Senato si mormora di “un nuovo distacco dal corpaccione del Movimento”. Sono quelli che lavorano per uscire dalla maggioranza e “ritrovare un’identità andando all’opposizione di Draghi che non fa parte della nostra storia”. Molto dipenderà dal programma e dallo statuto di Conte. Da quanti eletti potranno sperare di trovare posto nelle liste del prossimo Parlamento che metterà in palio 345 seggi in meno. La componente “Alternativa C’è” è la casa di ex grillini sbattuti fuori o usciti per non aver votato la fiducia a Draghi. Per restare fedeli al loro essere antisistema e non diventare parte del sistema. Entro fine giugno dovrebbe essere tutto più chiaro.

Un’altra linea di frattura riguarda il centro del centrodestra. Cioè Forza Italia. La “federazione di centrodestra” lanciata da Salvini e condivisa in linea di principio da Silvio Berlusconi ha una posta in gioco molto alta: la fine di Forza Italia e un nuovo inizio nel segno di un Salvini moderato, federatore, europeista, che rivendica il governo Draghi dalla A alla Z. A parte lo scetticismo dinanzi a tale metamorfosi, la Forza Italia del sud e anche quella liberal del nord, non ne vuole proprio sapere di avere un leader che si chiama Salvini. Da qui lo stop di ieri al progetto salviniano. Dice Berlusconi che vuole essere lui a spiegarlo nelle sedi e nei modi opportuni “perché non è vero che Forza Italia muore ma anzi in questo modo rinasce perché senza la gamba moderata il centrodestra di governo, cioè Salvini e Meloni, non possono esistere”. Anche qui è questione di giorni e sarà tutto più chiaro.

E poi c’è il Pd. La cui situazione interna è ugualmente disorientata. È un partito fermo al 19 per cento, somma di un’anima di centro, più riformista e liberal, e di una più di sinistra e statalista. Un partito che si è impiccato, un anno e mezzo fa, al Movimento 5 Stelle senza capire che quell’accordo poteva diventare un cappio. Come funzionerà l’alleanza col partito di Conte? Chi starà più a sinistra e chi più al centro? Chi sarà il candidato premier tra Conte e Letta? Per capire cosa succederà nel Pd occorre aspettare il voto delle amministrative – se andassero male potrebbe partire la richiesta del congresso – e l’elezione del Capo dello Stato, l’altra partita madre di questa stagione tormentata. Una cosa è certa: il centrodestra di governo, federazione o fusione o quello che sarà, si compatta nel nome di Draghi. Il centrosinistra invece, M5s compreso, si divide.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.