Sul Governo presieduto da Mario Draghi si è scritto (e si scrive tuttora) moltissimo. Sono emerse svariate interpretazioni sulla sua natura. Da quella di “Salvatore della Patria” a quella, forse, se vogliamo, un po’ veterocomunista, di esecutivo prettamente tecnocratico. Ma negli ultimi giorni si è affacciata un’altra connotazione possibile: Draghi è il capo di un Governo parlamentare che sta producendo qualche conversione dalla propaganda roboante e vuota al principio di realtà. Diversi episodi corroborano questa tesi.

Il più recente consiste naturalmente nella “conversione” di Luigi Di Maio che d’improvviso diventa garantista e chiede scusa a cittadini colpevoli solo di essere stati eletti e dunque malvisti dai grillini. Si può naturalmente discutere se il ravvedimento dell’attuale Ministro degli Esteri sia completamente sincero o non sia anche dettato (come suggerisce ad esempio Marco De Antonellis) dal desiderio di costruirsi una posizione più forte all’interno del M5S, minando la già incerta leadership di Conte che non gli dà particolare sicurezza per il suo futuro personale. In ogni caso, al di là delle motivazioni politiche/personali, resta il fatto che la “svolta” di Di Maio, se confermata, rappresenterebbe una inversione totale della linea sempre seguita sin qui dal Movimento (per questo è stata accolta con qualche malumore al suo interno). Ed è forse una buona strada per cercare almeno di mantenere quel 15% residuo di consensi -in trend decrescente – di cui i grillini dispongono attualmente, ma che rischia di erodersi rapidamente.

Al tempo stesso, Matteo Salvini pare sempre più avvicinarsi alle posizioni pro-europee di Giorgetti, anche per non farsi scavalcare dalla leader di Fratelli d’Italia, il cui partito minaccia da vicino il primato elettorale della Lega (perlomeno quello virtuale, misurato dai sondaggi sulle intenzioni di voto e quindi tutto da verificare), con una distanza ridotta ormai a pochissimi punti percentuali (due punti secondo le stime di Eumetra) e, specialmente, con un trend da diverse settimane in ascesa (secondo le stime di Eumetra supera oggi il 19% – ma Swg lo posiziona al 20% – contro il 15% di inizio 2021) a fronte dell’andamento tendenzialmente decrescente della Lega.

Ancora, Giorgia Meloni sembra attenuare in misura crescente i toni della sua polemica nei confronti dell’esecutivo. Con tutta evidenza, non le conviene attaccare Draghi, tanto per occupare – come dice lei – il posto vuoto dell’opposizione parlamentare. Opporsi ad un governo che fa bene non sembra essere la più efficace delle strategie. Insomma, nell’insieme sembra essere in atto una ventata generale di ragionevolezza. E il fondamento del principio di realtà che accumuna tutti questi episodi sta anche nel fatto che emerge con sempre maggiore evidenza che contro l’Ue il nostro paese non va da nessuna parte. Tuttalpiù verso il Sud America. Non a caso, come mostrano le rilevazioni dell’Eurobarometro (il sondaggio periodicamente condotto dalla Ue in tutti i suoi paesi membri), la fiducia degli italiani nei confronti dell’Unione Europea è cresciuta notevolmente negli ultimi mesi, sino a raggiungere il 44%, con un notevole incremento rispetto al passato.

Draghi, dunque, cerca (tacitando talora i singoli partiti, ma riuscendo al tempo stesso, il più delle volte, a unirli su una linea comune) di fare in modo che l’Unione Europea, una volta uscita dalla pandemia, accetti di cooperare con l’Italia in modo equilibrato, malgrado il perdurante scetticismo che molti altri stati hanno riguardo al nostro Paese. Anche perché, è ragionevole immaginare che dopo la stagione felice del Recovery Plan, l’Italia sarà nuovamente chiamata a rimettersi in riga, con possibili polemiche e contestazioni nei nostri confronti da parte di altri Paesi. Da questo punto di vista, se, come è verosimile, i tempi per una vera federazione non sono affatto vicini, se non altro per mancanza di una lingua comune (se si escludono le élite anglofone) e dunque di una comune opinione pubblica, è malgrado tutto possibile che si riescano a compiere dei passi in avanti nel percorso che Draghi aveva aperto con il suo whatever it takes.

I partiti politici italiani in questa fase, oltre a sostenere come fanno (qualche volta storcendo il naso) le politiche del Governo, sono quindi chiamati a prepararsi ai compiti che li attenderanno quando saranno designati dagli elettori alla direzione del paese. Secondo diversi osservatori, la tregua oggi in atto con buoni risultati non dovrebbe interrompersi con la fine di un esecutivo per il quale molti auspicano una durata più lunga possibile. Il piano di rinascita del paese che Draghi sta impostando e definendo dovrebbe, in altre parole, essere portato avanti e governato per diversi anni nello stesso spirito nazionale. C’è chi giunge a sostenere, al riguardo, che, pur senza trascurare o sottovalutare l’identità e la connotazione programmatica delle singole forze politiche, queste ultime dovrebbero, ancora per un lasso di tempo ragionevole, sacrificare, come avviene oggi, in qualche misura gli interessi di parte in nome del bene comune del Paese. E degli italiani, visto che, come si sa, la maggioranza di essi che approva sempre più l’operato di questo Governo (64% di giudizi positivi secondo Ipsos, a fronte del 56% del mese scorso) e, in misura ancora maggiore, del suo leader (66% di giudizi positivi).

È vero che, a fronte del bagno di realismo e di competenza che l’attuale Primo Ministro ha portato nella vita politica italiana, una parte dell’elettorato e della stessa leadership politica appare infastidita. È costituita sovente da coloro per cui la competenza non è un valore o da coloro – spesso le stesse persone – che riducono la vita politica a continue campagne elettorali fra guelfi e ghibellini, dove ciò che conta sembra essere solo vincere, non si sa bene per fare che cosa. Ma si tratta di minoranze in continua decrescita quantitativa. Da questo punto di vista, dunque, le “conversioni” di questi giorni, se confermate, rappresentano un segnale confortante. Così come potrebbero esserlo i progressi sul fronte essenziale della riforma della giustizia, (sulla quale si sta muovendo il ministro Cartabia), specie a fronte del modesto assegnamento nella Magistratura espressa dall’opinione pubblica nei sondaggi, ove la maggioranza relativa degli intervistati, quasi la metà, 49% (fonte Ipsos), dichiara di non nutrire fiducia in essa. Insomma, per (ri)conquistare il consenso, i partiti, in difficoltà su molti fronti, potrebbero considerare che, per un po’ di tempo, al posto delle singole bandierine, conviene fare il tifo per il tricolore.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino