Sono senz’altro condivisibili due affermazioni che costituiscono due punti cardine della politica del premier Mario Draghi: in questa fase bisogna dare ai cittadini e non prendere; occorre distinguere tra debito buono e debito cattivo. Tuttavia sono concetti che hanno bisogno di un “sequitur” per ora inespresso, in particolare se ci si riferisce, per la prima affermazione, alla proposta di Enrico Letta di una imposizione sulle successioni per costituire una dote per i giovani.

Nella risposta che Draghi ha dato a questo riguardo nella conferenza-stampa di giovedì scorso, proprio coerentemente con il fatto che il “dare e non prendere” si riferisce a questa fase, sarebbe stato opportuno che venisse precisato che, pure per evitare di procedere “a pezzi e bocconi”, il discorso su di una nuova imposta o sulla maggiorazione di una già vigente è da affrontarsi, per ragioni di organicità e di efficacia, nel contesto della complessiva riforma fiscale che dovrà riguardare la riconsiderazione delle diverse imposte e tasse, nonché delle “tax expenditures”. A circa mezzo secolo da una vera riforma tributaria, promossa da Visentini e Cosciani dopo la “Vanoni” della metà degli anni Cinquanta del Novecento, la revisione, considerate le innumerevoli stratificazioni e intersecazioni intervenute in materia nei diversi decenni, deve essere complessiva.

Ma ciò non esclude che, dopo avere riempito i discorsi e gli scritti sulla condizione dei giovani e sulle nascite, ricevendo ovazioni, non si possa esprimere una riserva, sì, ma impegnandosi ad un esame nella sede normativa propria, alla luce delle esigenze di mobilità sociale e di attenuazione delle disuguaglianze che una proposta del tipo di quella di Letta intende contribuire a perseguire. Tutto “sub iudice”, ma, almeno evitando il rischio che si intenda la risposta data da Draghi come negativa anche nel merito, finendo gli impegni per le giovani generazioni come i Salmi, solo in gloria. È ovvio che, in ogni caso, questa idea sarebbe solo una parte, per di più assolutamente circoscritta, di una politica per i giovani che bisognerebbe rafforzare non solo con la leva fiscale.

Quanto al debito buono e a quello cattivo, c’è bisogno di maggiore chiarezza nel disaggregare queste categorie. Ma poi è necessario prepararsi – cosa che non significa trarne ora le conseguenze e “prendere” dai cittadini – per quando, sia per i debiti privati, sia per quelli pubblici torneranno in vigore misure, alcune fondamentali ora sospese, a cominciare dal Patto di stabilità e dal Fiscal compact, per i debiti pubblici, e dai provvedimenti dello stesso Governo, per esempio con le moratorie relative ai prestiti bancari nonché da alcune misure di Vigilanza sulle banche. Si tratta di norme, tutte, che andranno profondamente riviste e a tal fine occorre prepararsi adeguatamente per conseguire le necessarie convergenze in sede europea.

Su tutto, poi, incombono le decisioni che, a tempo debito – si spera quanto più lontano possibile – assumerà la Bce per le misure monetarie non convenzionali, a cominciare dall’acquisto dei titoli pubblici. Intanto, già il presidente del Bundestag, il noto rigorista ma certamente esperto Wolfgang Schaeuble espone una versione “ ad usum delphini” del “momento Hamilton” per proporre un ruolo della Commissione Ue che sia ancor più stringente sui deficit dei singoli Stati, in cambio di una assai limitata messa in comune di alcuni debiti. E noi?