Come osserva ormai la larga maggioranza dei commentatori della vita politica del nostro paese, tutti i partiti di rilievo sono in qualche misura divisi al loro interno e mostrano fratture anche molto significative ed evidenti. Si tratta di un fatto acquisito e comune, ma che comporta sovente problemi sul piano della raccolta dei consensi elettorali, perché, stante le divisioni, uno stesso partito deve riuscire a conquistare pubblici anche molto differenti tra loro, spesso con posizioni assai diverse se non contrastanti.

Al riguardo, su questo giornale abbiamo di recente sottolineato, ad esempio, come il nuovo presidente del M5s debba affannarsi a cercare mediazioni fra la retorica massimalista di buona parte del Movimento e la posizione moderata che ha assunto l’ala governativa dello stesso. Non basta infatti convincere gli eletti e nemmeno i 60mila militanti che hanno approvato il nuovo statuto ed eletto alla presidenza colui che è stato a lungo leader in pectore. Il M5s di Grillo aveva ricevuto nel 2018 quasi 11 milioni di voti. Alle elezioni contano gli elettori e bisognerà vedere quanti di loro sosterranno il nuovo partito di Conte.

Vorremmo soffermarci ora brevemente sulle divisioni interne della Lega e sulle scelte del suo leader, in particolare su quello che sovente viene definito il suo essere un politico “di lotta e di governo”. Una apparente contraddizione in termini, che potrebbe sembrare – e pare a molti – un atteggiamento incoerente. Ma Matteo Salvini, naturalmente, non è affetto da nessun tipo di sindrome bipolare e il suo comportamento potrebbe essere assolutamente razionale, specie dal punto di vista dell’acquisizione dei consensi. Come si ricorderà ha portato il suo partito al successo: dal 4% nelle politiche del 2013 al 34% delle elezioni europee del 2019. E oggi si preoccupa ovviamente del calo nei sondaggi che rilevano (virtualmente) le intenzioni di voto per la forza politica che dirige.

Salvini sa bene, come peraltro osservano anche gli analisti del comportamento elettorale, che gli elettori della Lega hanno tradizionalmente due anime principali: una, come si suol dire, “populista”, presente particolarmente al Sud (ma anche in alcuni contesti geografici e, specialmente, sociali del Nord, ad esempio nell’arco prealpino o in alcuni piccoli centri), la quale è spesso massimalista e relativamente meno interessata a questioni come i rapporti con l’Europa e i problemi della finanza pubblica. L’altra, più legata a concrete questioni economiche e, ancora oggi, a qualche forma di autonomia territoriale, è più diffusa al Nord, ove è sovente composta da una classe media piuttosto benestante (il reddito pro capite nel Nordest del paese è fra i più alti d’Europa). Si tratta in questo caso di un’ala più “moderata” e più legata all’Europa, anche perché è composta in larga misura da elettori che, per un verso o per l’altro (siano essi operai o professionisti o imprenditori o quant’altro) hanno, direttamente o indirettamente, relazioni economiche con il mondo intero.

Come si sa, la Lega di Salvini aveva ottenuto un balzo nei suoi consensi, specialmente grazie a una campagna elettorale centrata sulla questione dell’immigrazione che aveva colpito l’Italia. Anche questo aveva permesso di immaginare la costituzione di una Lega Nazionale che liberasse il partito da una collocazione – come quella originaria – limitata al nord del paese, con solo qualche punta di espansione verso il centro. La caduta del governo Conte 1, nel corso del quale Salvini aveva svolto un ruolo di primo piano, al punto di essere considerato (non solo in Italia ma anche secondo molti osservatori stranieri), ben oltre Conte, il leader effettivo della politica nazionale, ha segnato il relativo declino del Capitano. Negli ultimi due anni, infatti, questo tentativo di espansione nel Sud del paese si è scontrato con qualche difficoltà: anche a questa circostanza è legata l’iniziativa di Salvini di visitare sempre più spesso, con la sua solita energia, questo o quel centro delle regioni meridionali.

I sondaggi sembrano mostrare che il declino delle intenzioni di voto per il Carroccio dipenda soprattutto da un travaso dal partito di Salvini a quello di Giorgia Meloni, che ha tradizionalmente basi più solide nel Centro-sud e che oggi attira di più un elettore protestatario grazie al fatto di essere il solo partito di opposizione al governo Draghi. È difficile prevedere che successo potrà avere la controffensiva del capo della Lega, ma è chiaro a tutti che egli cercherà di fare tutto il possibile al fine di contrastare il “sorpasso” di FdI – poiché nel centrodestra vige finora la convenzione che a Palazzo Chigi debba andare il leader del partito che avrà il maggior numero di voti in seno alla coalizione, se essa risulterà vincente alle elezioni.

Che Salvini lanci messaggi alla parte più conservatrice del suo potenziale elettorato è piuttosto razionale. Che questo impensierisca la componente moderata e filo europea del suo partito è comprensibile, ma non è molto preoccupante, poiché gli elettori leghisti del Nord non hanno nessuna alternativa vera a un voto per la Lega. FI è decisamente più debole e in gran parte ormai salviniana. Salvini però ha fatto anche la scelta di sostenere con fermezza il governo di Mario Draghi: anche questa decisione è razionale. Una destra come quella di Giorgia Meloni ha pochissime chance di imporsi al governo del paese, nonostante il recente successo personale della leader del partito. Salvini, sostenendo Draghi, si potrà sempre intestare tutti i buoni risultati di un governo apprezzatissimo dall’opinione pubblica. Mettersi oggi contro Draghi e l’Ue è una scelta impopolare e sostanzialmente suicida. Salvini può dunque permettersi comportamenti che possono essere interpretati come contraddittori: insomma può tranquillamente “razzolare bene e predicare male”.

Questo tipo di condotta è inevitabilmente legato all’esistenza di un corpo elettorale che non è più fedele a ideologie precostituite e, soprattutto, dipende dalla natura singolare del governo Draghi. Nei confronti di esso non si può essere contro – la rendita di opposizione serve al meglio a sopravvivere all’opposizione. Ma non si può nemmeno dire lo stesso di quanto dicono gli altri partiti che compongono l’esecutivo o avere tutti lo stesso atteggiamento. La retorica e la propaganda devono essere di opposizione, se non nei confronti del governo, almeno nei confronti delle altre forze politiche che lo sorreggono. La democrazia rappresentativa si basa su elezioni competitive, non su acclamazioni unanimiste. Il governo Draghi è stata e resta una scelta inevitabile, poiché senza ricorso ad esso non c’era governo possibile e nessuna grande speranza per un paese indebitato come l’Italia e in balia alla peggior epidemia da un secolo a questa parte. Tuttavia, con il sistema elettorale che abbiamo, è, almeno a prima vista, un governo di transizione verso una qualche forma di riedizione della cosiddetta Seconda repubblica: una competizione fra centrodestra e centrosinistra. Almeno se resta in vigore una normativa elettorale che forza i partiti a coalizioni prima del voto – come è quella maggioritaria.

Essere, dunque, “di lotta e di governo” al tempo stesso è la sola via per i partiti per sopravvivere in questo momento. Anche chi sembra talvolta avere un atteggiamento meno “di lotta”, come il Pd di Letta, deve attaccare la destra ad ogni possibile occasione e viceversa. Può darsi che questi ruoli di apparente contraddizione (“di lotta e di governo”) assunti necessariamente dai partiti – e dalla Lega in particolare – stanchino a un certo punto gli elettori, ma nemmeno questo è sicuro. Draghi governa e viene lasciato governare perché sa farlo e perché ha radicalmente risollevato la reputazione dell’Italia in Europa e fuori. I partiti, viceversa, si comportano sin d’ora come se fossero già in campagna elettorale. Forse in misura eccessiva: ma a furia di elezioni sembrano essersi ridotti a fare soprattutto questo. Nei modi e con le tematiche che a loro sembrano più convincenti per conquistare la massima porzione di consensi possibile. Come la strategia “di lotta e di governo”. Bisognerà però vedere alla fine del percorso se questa forma di propaganda paga o costa, allontanando ulteriormente i cittadini dagli attori politici.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino