Gianni Cuperlo, presidente della Fondazione Pd, è tra i pochi che non gira attorno ai problemi più scottanti. E lo conferma in questa intervista a Il Riformista.

Il semestre bianco è iniziato tra baruffe parlamentari e voti di fiducia. Non avverte il rischio che si stia aprendo una “guerra di posizionamento” che possa terremotare la variegata maggioranza che sostiene il governo Draghi?
Penso che il nodo vero non stia tanto in ciò che accadrà da qui ai prossimi mesi, ma in cosa consisterà il “dopo” Draghi. Lo dico perché nell’immediato l’agenda mi sembra obbligata, il governo deve completare i vaccini e gestire lo sblocco dei licenziamenti. Aggiungo che tra un mese riaprono le scuole e sarà un passaggio delicato con milioni di famiglie che sperano in un ritorno alla normalità. In questo quadro il premier rappresenta sempre di più una garanzia di affidabilità del paese e questo è un valore aggiunto agli occhi delle cancellerie europee come di oltre Atlantico. Ecco perché non mi pare che i prossimi mesi potranno vedere alcuno così irresponsabile da entrare con un fiammifero dentro una polveriera. Detto ciò questa è una maggioranza di scopo, ibrida nella composizione, con la Lega stretta tra la spinta dei suoi amministratori a stare lealmente nella partita e un leader che guarda con allarme al consenso di Fratelli d’Italia e allora il nodo, per noi, è come facciamo vivere una alternativa credibile e competitiva nei confronti di quella destra che al momento del voto troverà modo di compattarsi in un nanosecondo. Quello che dovremmo evitare è replicare l’epilogo del governo Monti quando fummo i soli a sobbarcarci il peso di misure in parte impopolari. Anche per questo serve che quell’alternativa assuma un profilo chiaro nella selezione di interessi e bisogni oltre che di sigle. In questo senso l’esperienza dell’Ulivo rimane la più significativa nel metodo oltre che per il risultato: una coalizione di forze e movimenti assieme a un’alleanza sociale a base di un patto tra il lavoro, l’impresa e i terminali della cultura partendo da scuola e università.

Restiamo a Draghi. In molti, sia pure per ragioni e propositi diversi, lo vorrebbero al Quirinale. Ma il 2022 è un anno cruciale per l’implementazione dei progetti strutturali legati al Recovery fund. L’Italia non è una repubblica presidenziale e le decisioni si prendono a Palazzo Chigi più che al Quirinale. Come la mettiamo?
La mettiamo che far previsioni sull’esito di quella partita è sempre stato un esercizio spericolato tanto che diversi ci hanno rimesso tattiche e speranze. Se questa regola valeva in un contesto meno “disordinato” di ora con un sistema di partiti strutturato e gruppi dirigenti mediamente più affidabili, immaginiamo l’azzardo di formulare pronostici nella situazione di adesso con un partito di maggioranza che i sondaggi dicono dimezzato rispetto al 2018 e che ha perso quasi un terzo della sua rappresentanza. Parliamo di un Parlamento composto da 945 membri, ma destinato a ridursi a 600 quindi con una vasta pattuglia di deputati e senatori preoccupati, e uso un eufemismo, dall’idea di tornarsene a casa. Per dire che nella vicenda peseranno gli scenari del dopo compresa la paura che l’elezione eventuale di Draghi possa coincidere con una conclusione anticipata della legislatura. Detto ciò mi faccia aggiungere che comunque si concluda quella pagina c’è un paese che dovrà profonda gratitudine al presidente Mattarella per come ha interpretato la sua funzione in una delle stagioni più complicate della storia repubblicana. In un tempo dominato spesso da una banalità del discorso pubblico e da manifestazioni arroganti di potere, lo stile e il rispetto della Costituzione che hanno contraddistinto la massima carica dello Stato sono stati un ancoraggio fondamentale per la tenuta del sistema paese.

Matteo Salvini torna all’attacco sui migranti. Un suo cavallo di battaglia elettorale. Intanto, nel Mediterraneo si continua a morire, la Libia è tutt’altro che stabilizzata e la Tunisia rischia di implodere.
Lasciamo il capo della Lega alla sua propaganda e stiamo al merito. Secondo i dati dell’Ispi (l’Istituto per gli studi di politica internazionali) dal 2018 a oggi sono sbarcati sulle nostre coste portati dalle navi delle Ong non più del 15% dei profughi arrivati, a conferma che solo evocare il blocco navale pensando di risolvere il dramma è una ipocrisia. Detto ciò il bel tempo e le condizioni del mare hanno favorito ancora negli ultimi giorni partenze, spesso a bordo dei cosiddetti barchini, e un certo numero di vittime di cui ignoriamo persino l’entità. Alcune settimane fa quasi cinquecento tra donne, uomini, minori, sono stati soccorsi da navi civili che hanno compensato in parte la “diserzione” dell’Europa, dell’Italia e di Malta da quello che sarebbe un nostro dovere: contribuire a salvare la vita di persone disperate in fuga da violenze e torture. Il punto è che le “regole d’ingaggio” attuali lo impediscono se non all’interno e a ridosso delle acque territoriali con i costi umani che tutti conoscono. Aggiungiamoci che trattenere per giorni centinaia di naufraghi, spesso feriti o in condizioni di salute precaria, sulle navi di Sos Méditerranée e di Sea-Watch senza assegnare loro un porto sicuro è l’ulteriore conferma di una incapacità a cogliere la portata della tragedia. In quei casi ci si è limitati a evacuare chi rischiava concretamente di non sopravvivere. La via da imboccare è riattivare una presenza e un sistema di monitoraggio, controllo e salvataggio sul modello di Mare Nostrum e andrebbe fatto ora, sotto l’urgenza di nuovi possibili incidenti e nell’assenza di qualunque presidio di salvataggio operante in quel tratto di mare. Sul rinnovo dei finanziamenti alla Guardia Costiera libica giudico quella decisione un errore e credo sia stato un atto di coerenza quello dei parlamentari che, pure riconoscendo l’impegno a migliorare quegli accordi trasferendone la gestione all’Europa, non hanno ravvisato motivi sufficienti a mutare il loro giudizio e la loro contrarietà. Quanto alla Tunisia ci spiega una volta di più perché un’Italia e un’Europa distanti politicamente e culturalmente dal Mediterraneo rischiano di perdere contatto con una realtà fatta anche di conflitti che bussano alla porta di casa nostra con conseguenze che sarebbe irresponsabile ignorare.

A sinistra è un fiorire di “Agorà”, convegni, riposizionamenti, dentro e fuori il Pd. Ma è così che la sinistra ritrova un senso di sé anche in vista delle elezioni amministrative di autunno?
Non mescolerei le due cose. Il voto di ottobre avrà un peso notevole prima di tutto perché deciderà la guida delle città più importanti e di altre centinaia di comuni. Se guardo a Roma dopo il fallimento della giunta Raggi affidare il Campidoglio a Gualtieri anziché a una destra priva di un programma e una proposta per la Capitale farà la differenza. Lo stesso per Milano dove Sala merita la riconferma e negli altri capoluoghi, da Torino e Trieste a Bologna e Napoli. In ognuna di queste realtà abbiamo scelto candidature forti, espressione di quei territori e con alleanze larghe che rispondono al modello di civismo che ci distingue dalla destra. Le agorà si legano a questa idea di una democrazia partecipata che non può fare a meno dell’impegno e delle proposte provenienti da “fuori”. La verità è che senza il Pd una alternativa vincente alla destra non è data a cominciare dai numeri che in politica non saranno tutto, ma contano. Con la stessa onestà dico che fondare quella alternativa solo con il Pd non basta, non è sufficiente se vogliamo arrivare alle elezioni politiche con una visione dell’Italia dei prossimi anni e un bagaglio di soluzioni capaci di mobilitare la parte maggioritaria della società e l’intero campo progressista. Leggo le agorà proposte da Enrico Letta come uno strumento per tagliare quel traguardo: la scelta di ricollocare il Pd nel luogo dove deve stare, dentro i conflitti che segnano questa stagione, in un rapporto che certo è da ricostruire con pezzi interi di paese che in questi anni non si sono sentiti più visti né rappresentati. Per farlo serviranno molta modestia, un pensiero meno ortodosso e legato a vecchie convinzioni assieme alla capacità di riconoscere gli errori e coltivare qualche moderata utopia, perché la prova è ricostruire una reputazione della sinistra e quella non passa dai tweet, ma dagli esempi.

A proposito di esempi, Letta ha dichiarato che se perde le suppletive nel collegio di Siena lascerà anche la segreteria del Pd. Ha fatto bene?
Lei vorrebbe farmi dire che annunciare l’abbandono in caso di sconfitta non porta bene, ma non lo farò per la ragione semplice che quella sfida Letta la vincerà. E non per gentile concessione di questa o quella forza minore, ma perché nella sua scelta c’è lo spirito di un partito che ha deciso di reagire a una destra che prosegue la sua rincorsa verso l’Ungheria di Orban e i fautori di una democrazia illiberale. Dinanzi a questo che il segretario del primo partito del centrosinistra sieda in Parlamento non è più un’opportunità, ma un dovere. E mi creda, molte persone questa semplice verità l’hanno compresa.

 

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.