20.000 leghe sotto i mari forse erano troppe. Ma anche due o tre leghe -ma diciamo pure due – sono un po’ tantine per capire non solo che aria tira ma che aria tirerà domani. Il disastro di Borghi, che ha votato contro il green pass in commissione, ormai è storia acquisita e rimette sulla pista da ballo due vecchi danzatori logorati: il partito di lotta e quello di governo, l’insurrezionale e il ministeriale, quello dell’ordine e quello del disordine. Tutti i partiti sono nati dai malumori e dalle rivolte o rivoltine, poi quando arrivano sulla cadrega scoprono quel che già sappiamo ma sentono sotto le finestre i vecchi elettori incarogniti che rumoreggiano gridando “traditori!”. Se vuoi tenere insieme tutte e due le pappe, devi poi mangiarti una sbobba disgustosa. Il partito di lotta e di governo, tanto per nobilitare l’accezione di Berlinguer, non funziona nel lungo periodo e spesso neanche nel breve. Adesso, diciamoci la verità: quante leghe ci sono e quanto contano?

Nell’articolo di Mannheimer e Pasquino di ieri sul Riformista abbiamo letto l’analisi perfetta e anche poco utilizzabile su un partito, quello di Salvini, che assomiglia molto al reggimento del generale Custer, che quando si vide tornare dai quattro punti cardinali gli esploratori trafitti dalle frecce, ordinò la carica senza indicare la direzione. La questione riguarda tutta la destra italiana in cui si contendono più o meno la stessa area Forza Italia, la Meloni e Salvini così incerto sulla linea che si è messo sui binari proprio dove c’è lo scambio. Non è possibile che resti piantato lì a lungo dichiarando due cose opposte fra loro: sia che Draghi è il meglio fico del bigoncio e che come lui non c’è nessuno; sia che bisogna ridare un’aggiustatina a tutto quello che fa il governo. Draghi, come si dice a Roma, è bono e caro, ma se gli pigliano i cinque, è meglio che tu non ci sia. La sferzata in conferenza stampa è stata umiliante anche se poi sono tutti d’accordo nel fare finta di niente: ma sono cose che lasciano il segno.

La Lega di governo è una cosa. Quella nazionale e anche molto terrona è un’altra e poi c’è, unita in un sottocutaneo patto di Pontida, la Lega degli imprenditori di Lombardia e Liguria che rimpiangono il patto sociale del primo berlusconismo: noi siamo l’Italia che fa i danè, voi siete l’Italia che ce li sbafa, dunque ognuno al posto suo. Il Serenissimo Zaia fa repubblica a sé come è sempre stato, e già siamo a tre senza tirare in ballo Toti che non è la Lega ma l’interlocutore e intanto Silvio Berlusconi osserva da Arcore con speranza e preoccupazione quel che accade perché nessuno sa prevedere come butterà. Intanto, la Lega si è divisa. Spaccata no, ma marcia su due binari: quello del ministro Giorgetti responsabile, fattivo e concreto, e quello degli sconsiderati come Borghi che “se posso dare una mano allo sfascio, perché no”.

Onestamente: dove sta, che cosa è e di che materia è fatta una cosa chiamata Lega? Gli stessi interessati, ove interpellati, guardano altrove. Nessuna colpa. È la storia, baby. Quella va per conto suo: ti arriva Draghi e scompiglia il mazzo, tutto cambia e non perché nulla cambi, ma proprio cambia davvero. Di questo Salvini è consapevole e se potesse si autonominerebbe su richiesta persino Ombra Lombarda del Drago. Ma invece è condannato a promuovere e far rientrare piccole rotture di coglioni, tanto quanto basta per tenere su i piani del giocoliere movimentista mentre bisogna stare anche al tavolo del governo senza arrossire. Draghi che sorride come un varano (un vero drago dell’altro emisfero), quando arriva il momento condanna il segretario leghista all’insignificanza: «Ma quelli sono giochi dei partiti. Se la vedano fra partiti. Io sono il governo».

Nulla da eccepire? Nulla. Ognuno torna in classe con le manine dietro la schiena. La verità è che per i movimenti che cercano di tirar su uno straccio d’identità facendo i capricci, non tira buon’aria. Anzi, niente ossigeno. Se il Pd fa capricci, chi se ne frega. I Cinque stelle? Tanti saluti e grazie. La Lega dà segni di nervosismo? Pigli una pillola. La Meloni fa casino fuori dalla porta? È lì che gode della migliore abbronzatura. L’economia va benone o almeno bene, tutto quel che si vede è un brutto disordine, molte piccole e gravi ingiustizie, ma i fondamentali sembrano sani.
Ora, onestamente, come fai a fare politica se tutto va bene? Se sei al governo, non te lo puoi intestare perché il merito è dello stile del suo capo. Se sei fuori, fai la figura della comparsa di Cinecittà, genere centurione romano con Rolex, non conti niente ma sei ridicolo. Federalismo? Nessuno ricorda che cosa fosse. Padania? E che è? Un’isola dei mari del Sud? Il Lumbàrd a spada sguainata, il Carroccio, tutta attrezzeria. Dunque. la Lega ha scelto di aggrapparsi a una sola cosa che tira finché dura il disordine: l’immigrazione clandestina. Gli sbarchi irregolari.

Anche lì, Draghi si comporta come Lucy di Charlie Brown se vi ricordate il fumetto di Schulz: lei gli fa credere che non toglierà la palla prima del calcio e quello finisce per terra patetico. Così ha fatto Draghi quando ha annunciato – alzando la voce di tre ottave – che ogni immigrato sarà vaccinato e messo in condizioni di non ammalarsi. Via un altro attrezzo di lavoro. E allora, si chiede sicuramente Salvini, che cavolo facciamo noi dopo che la questione immigrati sarà stata sistemata da Draghi? Abbiamo altre carte? Sì, quelle del buongoverno alla Zaia e Giorgetti, ma non entusiasmano le folle irose e sfegatate.

Intanto, il Movimento 5 stelle riprende fiato e il suo capo per caso Giuseppe Conte ha le scarpe piene di sassi da tirare a Salvini e viceversa. Ma è politica? Probabilmente no. E allora, che cosa resta di politica politicante? Un osso da mordere ringhiando? Niente o quasi: Draghi che fa tutto bene è un ritornello di cui anche nei giornali non ne possiamo più. Che altro c’è sul menù? Baruffe chiozzotte su questioni tipo, tipo che cosa? Gender? Già fuori tempo. Poi c’è la battaglia del Quirinale che ogni scherzo vale e bisognerà aspettare che si riallineino i pianeti, per ora tutti scapigliati. In questo panorama in cui chi fa politica politicante con il kit dei distinguo, della minaccia, l’ultimatum, il baratto, il questo-per-quello, non c’è rimasta praticamente trippa per gatti e anche il piattino del gatto Matteo è vuoto con due formiche residue. Se anche la sola metà delle cose elencate fosse vera, la crisi delle due Leghe sembra avere un’unica origine: il governo Draghi. Se tutto andasse male, andrebbe benissimo, ma purtroppo va benino e forse benone, ecco che l’ala insurrezionale antieuropea anti euro e dei bru-bru, riemerge e fa scherzi da prete in commissione.

Dal castello di Arcore, mastro Silvio lavora di silenzio e di logica: non lasciar acqua al pesciolino Giorgia e allo stesso tempo convincere Salvini che la strada sassosa dei ribelli non porta da nessuna parte. Salvini ha un maestro in casa che gli fa da grillo parlante ed è Denis Verdini, padre di Francesca che è la fidanzata di Matteo. Denis ha il bernoccolo della politica politicante, tattica e strategia, carte, primiera e settebello. E inoltre ha sempre mantenuto un piede in Arcore essendo stato il maestro cerimoniere del Nazareno. Verdini ha interesse a portare Salvini nell’area liberale che era di Forza Italia e molti sostengono che lo sta facendo con abilità. Sarò vero? Sarà falso? E che volete che vi dica? Tutti a guardare dalla finestra e vedere che cosa succede.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.