E ora Matteo Salvini rischia di trovarsi solo nel deciso no “all’accoglienza di migliaia di profughi afgani perché in Italia ci sono già troppi immigrati” e perché la ministra dell’Interno “non è in grado di contrastare gli sbarchi”. Per non parlare dei raveparty (incredibile quello in corso in provincia di Viterbo): il leader della Lega ha già pronta l’interrogazione per denunciare “l’immobilismo” della prefetta Luciana Lamrogese. Anche l’attivismo diplomatico del leader leghista sta spiazzando persino i suoi: lo staff di Salvini comunica di “lunghe e cordiali” telefonate con Khaled Zekrya, ambasciatore dell’Afghanistan in Italia. Si vedranno lunedì.

Nel frattempo sempre Salvini “sta avendo consultazioni con l’ambasciatore del Pakistan”. E ha chiesto ufficialmente al governo di boicottare la conferenza di Durban del 22 settembre, l’appuntamento internazionale organizzato dall’Unesco contro ogni forma di ideologia e razzismo. Altri paesi, ad esempio Gran Bretagna e Canada, hanno annunciato qualche mese fa la loro assenza. C’è un che di parossistico in queste cronache italiane mentre il mondo s’interroga sui destini dell’Afghanistan e degli afgani dopo il fallimento non tanto della missione militare (Bin Laden è morto e al Qaeda non c’è più) ma di quella di nation building che dopo vent’anni si è sciolta come neve al sole di primavera con un presidente e il governo in fuga e 300mila uomini addestrati e armati fino ai denti che si sono consegnati in cambio, pare, della promessa di aver salva la vita. Vediamo. vedremo, racconti e testimonianze sono agghiaccianti e al massimo molto confuse.

Il fatto è che più il premier Draghi assume il profilo di leader europeo che cerca di prendere in mano la situazione e di guidarla, più la sua maggioranza interna fa le bizze. Di certo non lo aiuta. E non aiuta l’immagine dell’Italia. Quello di martedì sera al Tg1 – la prima intervista tv in oltre sei mesi di governo – è stato un vero e proprio discorso alla Nazione. La necessità di parlare al paese che per quanto distratto dal Ferragosto e dalla pandemia si stava interrogando su che fine avessero fatto vent’anni di missioni militari in quella terra lontana e difficile (per un valore di circa nove miliardi), e sul perché fossero morte 54 persone e ferite quasi un migliaio. Anche perché, a parte un’ampia intervista del segretario del Pd Enrico Letta, la maggioranza Draghi, mentre Kabul si consegnava ai talebani e gli afgani si attaccavano alle ruote degli aerei, metteva in scena il ministro degli Esteri Luigi Di Maio che mangiava prosciutto in spiaggia in Puglia e Salvini che faceva il ministro dell’Interno e anche degli Esteri e quasi quasi il premier.

Così Draghi ha parlato. E ha chiarito: onore ai nostri soldati che in questi vent’anni hanno costruito una società, costruito 4mila km di strade, aumentato l’aspettativa di vita da 55 a 65 anni, scolarizzato e, più di tutto, costruito una coscienza civile in migliaia di giovani donne. “Siete stati i nostri eroi” ha detto il premier. Poi ha fissato le priorità: mettere in sicurezza i nostri collaboratori locali in questi vent’anni (tutta gente che rischia la vita se resta a Kabul o a Herat) e i loro familiari, dare priorità alla donne (ieri è arrivata in Italia l’attivista Zahra Ahmadi con i suoi familiari). L’Anci, la rete dei sindaci italiani e tra loro anche molti leghisti (Alan Fabbri a Ferrara, per esempio), hanno subito risposto al premier dando ciascuno la disponibilità ad accogliere profughi.

Soprattutto Draghi ha saputo guardare oltre. Ha coinvolto l’Europa e Bruxelles chiamandole a fare quel salto verso gli stati Uniti d’Europa che sono il progetto politico del nostro premier. Stati Uniti d’Europa vuol dire ad esempio “un’unica politica estera” e, a ruota, un unico sistema di difesa. L’occasione può essere la gestione della crisi afgana che, ha assicurato Draghi, «l’Europa sarà in grado di gestire sia sotto il profilo dell’accoglienza che della sicurezza». C’è il rischio che l’Aghanistan torni a essere la base operativa di gruppi integralisti che poi vanno a operare nel resto del mondo. Questo rischio va monitorato da subito e facendo rete con i 27 paesi europei. Oltre anche l’Europa.

Il premier non ha perso tempo e ha cercato di battere sul tempo Cina, Russia, Arabia Saudita e Turchia, tutti paesi “confinanti” con l’Afghanistan e quindi interessati tanto quanto l’Italia a stabilizzare un’area su cui gli Stati Uniti (Biden su questo è stato molto chiaro) non vogliono più mettere risorse. Sono tutti paesi del G20 di cui il caso vuole che l’Italia abbia la presidenza di turno. A fine ottobre ci sarà il grande summit a Roma che potrebbe quindi anche trasformarsi in una operation room sul destino dell’Afghanistan. Di certo, dopo le parole di Draghi ieri, Mosca e Pechino non potranno fare fughe in avanti. Ad esempio dando legittimità a scatola chiusa ai talebani.

Insomma, è una partita serissima. Tanto quanto quella dello lotta alla pandemia e della realizzazione del Pnrr. Non c’è tempo e spazio per l’attivismo di Salvini e i suoi distinguo sull’immigrazione. E neppure per le assenze di Di Maio che oggi infatti avrà un’agenda molto fitta tra audizione al Copasir, ministeriale del G7 sull’Afghanistan e riunione straordinaria Nato. Persino Giorgia Meloni ha capito che non è questo il tempo delle speculazioni. Ha atteso 24 ore e ieri ha parlato: “Accogliere i nostri collaboratori afgani e coinvolgere subito i paesi confinanti perchè possano dare accoglienza ai profughi”. E Salvini così è rimasto un po’ più solo nella sua propaganda.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.