I giochi di palazzo sulla elezione del capo dello Stato non piacciono al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. E piacciono ancora meno le norme che porterebbero alla riforma di uno dei pilastri fondanti della Costituzione in merito al settennato del Capo dello Stato: il semestre bianco, cioè quel periodo nel quale al presidente è vietato sciogliere le Camere.

Insolitamente, dal Quirinale è trapelato un certo stupore per le interpretazioni sul disegno di legge costituzionale per cancellare il semestre bianco e inserire il divieto di rielezione del Presidente della Repubblica. “La circostanza che in Parlamento ci si proponga di inserire nella Costituzione questo divieto – fanno notare dal Quirinale – è infatti motivo di ulteriore conferma della ben nota opinione dell’attuale Presidente”. La quale si sintetizza con una frase che suona un po’ come un mantra: Mattarella si oppone al secondo mandato e continua a ribadire come ripetere il bis di Napolitano farebbe diventare normale una eccezione.

A impensierire e “stupire” il Presidente della Repubblica è la proposta dei senatori del Pd Dario Parrini, presidente della commissione Affari costituzionali, e Luigi Zanda, del disegno di legge costituzionale per inserire il divieto di rieleggibilità del Capo dello Stato e la conseguente abolizione del semestre bianco.

La proposta del Pd è semplice e se ne parla da decenni. Se la proposta infatti passasse, con gli inevitabili tempi lunghi che richiede una riforma costituzionale, ecco che si materializzerebbe un percorso che per partire prevede proprio la rielezione di Mattarella: minimo un anno per approvare la riforma, poi qualche mese di decantazione, elezioni politiche del 2023 e finalmente – dopo dimissioni costituzionalmente motivate di Mattarella – una nuova elezione del presidente della Repubblica.
Mattarella si tira fuori dai giochi. “Se il Parlamento vuole questa norma, per me vale subito. Se passa questa norma vale subito, senza eccezione alcuna”, ha ribadito il Capo dello Stato respingendo le voci di chi lo vuole ancora al Quirinale.

Si tratta di suggestioni, che però descrivono bene il tatticismo che si registra in Parlamento. Il presidente di Italia Viva, Ettore Rosato, ha subito fiutato l’aspetto positivo del ddl: “è una proposta che ha un senso, ma a un mese dall’elezione del Capo dello Stato rischia di essere fraintesa”, ha spiegato.

Più chiaro è stato Stefano Fassina di LeU che ha riconosciuto come “la riforma abbia un valore in sé, anche se c’è una qualche interpretazione orientata a renderla utile a convincere Mattarella a dare la disponibilità a un altro mandato”. Intanto si moltiplicano i contatti tra i leader per cercare di costruire un accordo almeno sul metodo. Giuseppe Conte, coerentemente a quanto detto sul voler allargare il più possibile l’accordo per il Quirinale, ha chiamato Matteo Salvini per sondare le sue intenzioni. Sempre in casa Cinque stelle si muove anche Luigi Di Maio, che si sarebbe lasciato andare a rivelazioni che descrivono un tandem tra il premier Mario Draghi (al Quirinale) e il ministro dell’Economia Daniele Franco (a occupare Palazzo Chigi).

Sono solo ipotesi, ma tranquillizzerebbero la base grillina sul fatto che l’entrata di Draghi al Quirinale non significherebbe la fine della legislatura. Ma in tanti si interrogano se questa soluzione sia gradita anche a Giuseppe Conte. Dall’altra parte in tanti chiedono al segretario del Pd, Enrico Letta, di schierarsi e dire una parola chiave sulla necessità che Draghi resti alla guida del governo.

 

Redazione