Dopo che ieri Mattarella ha definitivamente escluso il suo bis al Quirinale, il rebus per trovare il prossimo Presidente della Repubblica è diventato più intricato che mai. La confusione dei partiti (e del governo) aumenta. Il fatto che il capo dello Stato non avesse ancora escluso una rielezione garantiva una sorta di rete di sicurezza che scongiurasse eventuali rischi di cadute. Tra i papabili che sono circolati negli ultimi giorni rimane solo l’attuale presidente del Consiglio.

Draghi non ha mai chiesto di andare al Colle ma non l’ha neanche escluso, almeno pubblicamente. Nella sua cerchia ristretta l’impressione è che stia crescendo il malumore per la resistenza che i partiti mostrano a imboccare quella che viene considerata la più facile delle soluzioni per arrivare al rinnovo del capo dello Stato: il trasferimento di Draghi da Palazzo Chigi al Quirinale.

La litigiosa maggioranza preoccupa Draghi e teme che un suo eventuale no al Colle porti il governo al capolinea. Nell’appena riaperto Transatlantico dopo la lunga chiusura per il Covid, il ministro della Cultura Dario Franceschini raccontava a un paio di deputati la sua preoccupazione per lo scenario che si sta creando in vista della scadenza di Mattarella, portando il malcontento di Draghi a livelli di guardia.

L’idea che l’ex governatore della Bce abbandoni sulla scialuppa di salvataggio nel 2022 non è contemplata nemmeno dai catastrofisti, non con un Pnrr ancora tutto da implementare e un’emergenza Covid in fase crescente, però un Draghi al Quirinale scopre un’altra poltrona, quella del presidente del Consiglio e della tenuta politica del suo governo.

In questo scenario c’è da mettere in conto anche la possibilità che a eleggere il capo dello Stato sia una maggioranza diversa da quella attuale. Al momento è difficile un accordo preventivo sul nome dei premier. Restìa la Lega, parte del Pd (e del M5S fedele a Luigi Di Maio) vuole evitare un nuovo governo affidato a un tecnico, la minoranza dem rimasta fedele a Luca Lotti sostiene sia il turno di un politico e anche Matteo Renzi appare ostile all’idea.

Anche chi è favorevole a mandare Draghi al Colle è spinto da obiettivi completamente diversi: chi vuole per votare subito come Giorgia Meloni, chi per toglierlo dalla contesa politica ma senza tornare al voto (Conte) e chi per sublimarne il ruolo (Giorgetti con la sua proposta di semipresidenzialismo).

Infine tra i parlamentari nessuno ha voglia di assumersi il rischio di lanciare un candidato sapendo di non poter contare su numeri certi. Tra la balcanizzazione del M5S, i franchi tiratori nel Pd, una Forza Italia divisa (come la Lega, tra quella governista e quella di opposizione), nemmeno Renzi può scommettere sull’unità dei suoi parlamentari. In queste condizioni il rebus rimane senza solutori.

Riccardo Annibali