E ancora una volta, nel rumore di fondo spesso fastidioso e inutile che la classe politica riesce a produrre in questo paese, la parole chiare e definitive le trova il Capo dello Stato. «La ricchezza di un Paese si misura sulle opportunità di lavoro che sa offrire ai suoi cittadini. Il prodotto nazionale lordo della Repubblica è frutto del lavoro, non di astratte alchimie finanziarie», dice Sergio Mattarella. Parla nei saloni del Quirinale davanti ai nuovi “Maestri del lavoro” nominati il Primo maggio 2020 e 2021, cerimonie “saltate” causa Covid e recuperate ieri. «È sul capitale umano che si fonda il futuro del nostro Paese. Dunque sui lavoratori, di ogni ambito e carattere». Parole che arrivano mentre le aziende mandano lettere di licenziamento giustificate da non meglio precisate esigenze di delocalizzazione. Mentre la capacità di creare posti di lavoro resta la grande scommessa e la più grande urgenza di questo paese.

La parole di Mattarella. Le decisioni di Draghi. Poi il primo a gennaio lascerà anche il Quirinale al suo successore come sostengono gli osservatori più attenti. E il secondo, cioè Draghi, resterà a palazzo Chigi “prigioniero” di quella scommessa che è il Pnrr che ha, tra gli obiettivi, proprio la creazione di nuovi posti di lavoro qualificati. Oppure anche no. Vedremo. È un fatto che questi due civil servant della Repubblica danno ogni giorno prova ed esempio di quello che dovrebbe essere. E invece spesso non è.

Inevitabile, nel romanzo Quirinale di cui ogni giorno retroscena e indiscrezioni raccontano un capitolo magari smentito il giorno dopo, osservare la sintonia e la sinfonia, la chiarezza e la coerenza, che le parole dell’uno e le azioni, ma anche le parole, dell’altro, riescono a trovare e a comunicare. Una chimica che stride con il chiasso delle rivendicazioni dei partiti, di maggioranza o meno, già pronti a scatenare l’assalto alla diligenza della legge di bilancio. C’è la gara a presentare emendamenti, richieste di correzioni, a volte utili. Più spesso pretestuose.

Ed è inevitabile osservare come Mattarella stia onorando le presunte ultime settimane del settennato come se fosse al suo primo mese. La sua agenda è fitta fino a gennaio.

Martedì, inaugurando l’assemblea nazionale dell’associazione dei sindaci, il capo dello Stato ha strappato l’applauso di ben duemila sindaci presenti e tutti con la fascia tricolore. Ha bollato come “violenze inaccettabili” quelle che trovano spazio nelle piazze dei no vax e dei no pass, vere e proprie “minacce alla collettività”, presidi che “nulla centrano con la dialettica democratica” garantita dall’articolo 21 della Carta. «Dobbiamo tutti sconfiggere il virus e non gli strumenti che lo combattono». Parole chiare, liberatorie rispetto alle torsioni pseudoscientifiche che qualche improvvisato divulgatore spaccia per verità. Altrettanto chiare le parole di Mattarella sui “compiti a casa” sui quali tutti noi ci dovremmo concentrare: la messa a terra del Piano nazionale di ripresa e resilienza. «Avete davanti una stagione di grandi prospettive, opportunità e decisioni impegnative», ha detto il capo dello Stato ai primi cittadini invitandoli a “recuperare il consapevole coinvolgimento dei cittadini” e di fare attenzione “ai sintomi di disaffezione”. Stamani sarà il premier a parlare davanti ai sindaci a cui, nella legge di bilancio, ha riconosciuto necessari aumenti delle indennità mensili. E di cui comprende la richiesta di semplificare le procedure.

Mattarella e Draghi: se fosse una panchina a bordo campo, il primo sarebbe il mental coach e il secondo il coach. Un binomio prezioso e necessario per ogni atleta-paese. Possiamo dire che il capo dello Stato ha lasciato i panni dell’arbitro con cui si era presentato a inizio mandato. I tempi che viviamo esigono interventi chiari e coerenti. L’ arbitro non basta più. Deve scendere in campo. O meglio, in panchina.

Coach e mental coach passano ore, a volte anni, a studiare strategie e via via modificarle per centrare gli obiettivi.

Il coach Draghi ha dato prova anche ieri del suo pragmatismo: il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto per “misure urgenti nel contrasto alle frodi nel settore delle agevolazioni fiscali ed economiche. Si parla soprattutto del superbonus al 110%. Alla Agenzia delle entrate sono stati dati più strumenti per fare accertamenti e recuperare i crediti. Il governo ha presentato anche il check dei provvedimenti smaltiti, quella mole di arretrati che in genere impediscono a norme già approvate di entrare in vigore in modo efficace. Sono i conti presentati dal sottosegretario alla Presidenza Roberto Garofoli. Numeri da brivido: 549 provvedimenti smaltiti dall’insediamento fino al 31 ottobre; di questi 199 solo nel bimestre settembre- ottobre. Ogni mese ha un target. Questo lavoro ha “svincolato somme per dieci miliardi e mezzo” stanziate dal decreto Sostegni bis. Leggere questo report zeppo di numeri, percentuali e target lascia storditi. Se anche altri governi hanno presentato un cronoprogramma simile, non lo hanno saputo comunicare.

In queste ore sarà trasmesso al Senato il testo della manovra. In ritardo, sì. Ma ci sarà il tempo di discutere la legge più importante dello Stato in entrambi i rami del Parlamento.

Parla poco Draghi. Quello che serve. Qualche indizio in più lo si può trovare negli interventi pubblici dove dimostra tutta la sua capacità di essere “politico” e non solo tecnico. Ieri mattina ha inaugurato alla Camera, insieme con il presidente Mattarella, il portale Ugo La Malfa con relativo archivio digitale. Ha parlato di La Malfa, Draghi, “uno dei principali costruttori della Repubblica”, “convinto atlantista ed europeista”, uno dei “padri del circolo economico”. A motivarlo, ha raccontato il premier, «era la convinzione che fosse necessario stimolare l’economia del Paese con la concorrenza, soprattutto al Sud, puntando sulla capacità nazionale di andare sui mercati, sull’iniziativa e sullo spirito imprenditoriale degli italiani, sull’importanza di una politica di programmazione, necessaria per uno sviluppo equilibrato». L’alternativa è quella che La Malfa chiamò successivamente il “non-governo”, cioè “l’incapacità di affrontare i problemi, di dare continuità alla modernizzazione del Paese”. Ha parlato di La Malfa e dell’Italia degli anni Cinquanta, il premier. Ma parlava di sé e dell’Italia di oggi. «Io vorrei che Mattarella continuasse a fare il Presidente della Repubblica», ha detto ieri il sindaco De Caro. Draghi e Mattarella, un ticket a cui è difficile rinunciare.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.