La variante Omicron è diventata in fretta la variante Quirinale. Prima ancora che medici e virologi si pronuncino sulla effettiva possibilità che la mutazione del virus “buchi” lo scudo dei vaccini, la politica si è organizzata per blindare Mario Draghi a palazzo Chigi e tornare a “lavorare” sul bis di Sergio Mattarella. Il tutto mentre il premier prosegue il lavoro sulla manovra – ieri pomeriggio sono iniziati i tavoli bilaterali con le forze di maggioranza – e, soprattutto, mantiene il più totale silenzio sulle sue reali intenzioni. O ambizioni. Del resto, ragiona una fonte di palazzo Chigi – «il fatto che il Presidente del Consiglio non abbia mai neppure per sbaglio e una sola volta voluto smentire le voci sul Colle, è la conferma più diretta sui suoi desiderata».

Nelle ultime 48 ore, anche sulla scorta delle informazioni dal fronte sanitario, i tifosi che vogliono Draghi a palazzo Chigi fino a fine legislatura si sono compattati. Anche con new entry non previste. Domenica, dal palco del salone dei 500 in palazzo Vecchio a Firenze che ha ospitato la Festa dell’ottimismo de Il Foglio, è salito un coro compatto e unanime. Un vero e proprio pressing con voci anche inattese. Se il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio (ieri si è aggiunto in rincorsa Giuseppe Conte), Italia viva e il segretario di Azione Carlo Calenda hanno sempre tifato per la continuità («la priorità sono le riforme e gli investimenti del Pnrr») seppure ciascuno con obiettivi diversi, più inattesa è stata la dichiarazione di Enrico Letta. «Io non voglio andare a votare, le elezioni saranno tra 18 mesi e bisogna usare la maggioranza larga di questo periodo di pandemia per fare riforme» ha detto il segretario dem rispondendo, una settimana dopo, a Matteo Renzi che aveva indicato Letta, Conte, Meloni e Salvini come il quartetto trasversale che sta lavorando dietro le quinte, ciascuno con il proprio obiettivo, a portare Draghi al Quirinale e poi il paese alle urne. Letta perché vuole gruppi parlamentari omogenei e obbedienti. Conte perché fuori dal Parlamento fino al 2023 (nel seggio di Gualtieri, a metà gennaio, dovrebbe correre Virginia Raggi) rischia di logorarsi e scomparire. Meloni e Salvini per regolare il duello per la leadership della coalizione. «Stare in maggioranza ci penalizza» ha detto l’altro giorno il segretario della Lega.

Nello specifico del dossier Quirinale, Letta è stato meno netto: «Non ho mai visto un presidente della Repubblica scelto due mesi prima, continuo a ritenere sempre che il Presidente della Repubblica debba essere eletto con larga maggioranza e largo consenso, a maggior ragione questa volta. Sarebbe incredibilmente contraddittorio se fosse più piccola della maggioranza che sostiene il governo la maggioranza che elegge il prossimo Capo dello Stato». Un largo pezzo del Pd ha in testa un piano chiaro: trattenere Draghi dov’è fino al 2023, eleggere al Quirinale un nuovo Presidente «visto che Mattarella ci ha fatto sapere in ogni modo che non ha intenzione di bissare» e poi andare a votare nel 2023 lasciando fuori dai giochi lo stesso Draghi. Insomma, avere una casella libera subito (il Colle) dove gli aspiranti sono tanti (e anche questo è un problema per Letta) e la seconda casella (palazzo Chigi) libera tra un anno. Il problema è che per tutto questo servono i numeri. E i numeri al momento sono un bene che nessun leader di partito di questo Parlamento può garantire. Soprattutto, nessuna coalizione può pensare di fare da sola. Al pressing su Draghi ieri si è aggiunto anche Romano Prodi, secondo i bene informati nella rosa di favoriti in quota Pd per il Quirinale. «Serve continuità nell’azione di governo» ha detto l’ex premier.

Per analoghi motivi, si è speso per la continuità di Draghi anche Silvio Berlusconi. «Saremo i primi a collaborare lealmente all’attività di questo governo, che deve rimanere in carica per tutto il tempo necessario, fino al 2023, fin quando saremo usciti dall’emergenza» ha sentenziato il Cavaliere alla riunione degli azzurri organizzata a Villa Gernetto e poi in un’intervista al Corriere della Sera. Il fatto è che Berlusconi crede veramente di avere una chance per il Colle. Pallottoliere alla mano, se la coalizione di centrodestra tiene nel segreto dell’urna, è convinto di poter disporre di 450 voti. Ne servono altri sessanta per tentare il colpaccio. E i gruppi di centro, tra Misto, gli ex di Coraggio Italia e le variabili di Italia Viva e Azione, ne mettono a disposizione circa un centinaio. Tra Camera e Senato si capisce che l’unica macchina che lavora a pieno ritmo è quella che sostiene la candidatura di Silvio Berlusconi. Gli uomini del presidente di Forza Italia avvicinano ciascun grande elettore per tastarne umori e disponibilità. I report che arrivano dagli sherpa tracciano una battaglia dall’esito possibile, evidenziando solo una grande criticità: la divisione del centrodestra. In pratica Berlusconi potrebbe arrivare agevolmente al Colle (dalla quarta votazione in poi) con una coesione dei grandi elettori di destra e l’appoggio nell’ombra di franchi tiratori di centro e di sinistra. Franchi tiratori di sinistra, che secondo gli sherpa, ci sono ma quello che manca è una vera unità di intenti nelle fila di Lega e Fratelli D’Italia. Anche tra i 5 Stelle l’uscita di Berlusconi a favore del reddito di cittadinanza avrebbe sortito i primi effetti.

Da qui, anche, il cambio di strategia del segretario dem: va eletto un Presidente della Repubblica insieme al centrodestra. Ciò che Renzi va dicendo da settimane. Per una evidente questione di numeri. Che è ben diverso da flirtare con la destra. Una bella virata, visto che Letta, fino all’ultimo ha sperato di riuscire a dare le carte in solitaria con il suo campo allargato alla sinistra e ai 5 Stelle. Ma non a Renzi e a Calenda. Oggi al Nazareno si ragiona in modo diverso: insistere su Draghi è rischioso perché si rischia la sconfessione dei gruppi parlamentari; il pericolo Berlusconi va sventato, perché l’elezione del nemico storico avrebbe ricadute pesanti a sinistra. Resta solo la carta della concordia nazionale. Tradotto significa non abbandonare Mattarella, o trovare l’intesa su un nome con Salvini, prima che lo faccia Renzi. «Come sempre Matteo Renzi farà sognare il Paese» ha detto domenica la ministra Elena Bonetti. Togliere a Renzi la sedia di regista della partita Quirinale è l’obiettivo della segreteria dem. Ora, a complicare anche tutto questo intreccio perverso, arriva anche la variante Omicron.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.