Si aggira uno scenario molto velenoso nel romanzo Quirinale: il Presidente del consiglio potrebbe valutare le dimissioni una volta approvata la manovra e prima che vengano convocati i Grandi Elettori per il Colle. Una mossa micidiale, che spiazzerebbe tutti, maggioranza, opposizione, tifosi del Draghi for ever e chi, sotto sotto, vorrebbe liberare palazzo Chigi dal tecnico per ridare spazio alla politica. Roba da far tremare i polsi. Ma vediamo dove e come nasce questo scenario che, a differenza di altri che circolano tra peones e lasciano il tempo che trovano, è sussurrato direttamente da ambienti di palazzo Chigi.

L’ostruzionismo in commissione Bilancio alla Camera sul decreto fiscale: anche ieri fumata nera, l’approdo in aula che slitta e il tempo che corre. Fratelli d’Italia che imbastisce narrazioni infinite e fotocopia su ogni emendamento salvo poi lamentarsi se il governo ricorre quasi sempre alla fiducia, misura estrema e necessaria per tenere libera la corsia e rispettare il cronoprogramma del Pnrr. I quasi seimila emendamenti che anche le forze di maggioranza hanno presentato alla legge di Bilancio che pure è stata analizzata e condivisa da tutte le forze di maggioranza in più riunioni della cabina di regia. E su cui anche in queste ore il premier Draghi sta cercando l’accordo finale con colloqui bilaterali con le varie forze politiche. Neppure questi accorgimenti sono serviti a far capire alla larga maggioranza che il tempo delle tattiche deve finire. Un esempio: il Movimento 5 Stelle, che ogni giorno spende parole in favore del governo Draghi e della sua tenuta, ha presentato oltre 900 emendamenti. Cioè richieste di fare cose che il governo ha già spiegato di non poter fare, come eliminare i paletti che correggono il Reddito di cittadinanza oppure togliere le limitazioni alle richieste del bonus edilizio 110%.

Sarà per la lunga lista di segnali non positivi che giungono dalla maggioranza parlamentare. E sarà che tra Palazzo Chigi e Quirinale ha infastidito molto l’uso tattico che viene fatto in queste ore della variante Omicron e dei suoi effetti ancora non chiari e non misurabili. Non è stato gradito che la variante, che purtroppo esiste, sia stata usata per aggiungere pedine al gran risiko del Quirinale. Fatto è che da ieri hanno ripreso a circolare indiscrezioni pesanti, nel senso che provengono da persone informate sui fatti sul destino di Mario Draghi. Sulle sue reali intenzioni e legittime ambizioni. Su cui, come è noto, il premier non ha mai speso mezza sillaba. Un silenzio da molti interpretato come assenso elegante e istituzionale a lasciare l’incarico di palazzo Chigi per approdare alla Presidenza della Repubblica. Uno degli scenari tratteggiati da fonti di palazzo Chigi nelle ultime ore arriva ad ipotizzare che il Presidente del Consiglio potrebbe dimettersi subito dopo l’approvazione della legge di bilancio. Un gesto che aprirebbe una plateale sfida nei confronti di un Parlamento riottoso, che di giorno tesse la tela del governo dei migliori e dei responsabili e di notte distrugge il lavoro fatto in cerca di consenso, di bandierine e di un malinteso senso di identità politica.

L’indiscrezione ipotizza che Draghi, pochi giorni prima del primo voto per eleggere il Presidente della Repubblica, considererebbe nei fatti conclusa la sua doppia missione per cui a febbraio scorso ha assunto la sfida di guidare un governo politico e tecnico al tempo stesso: vaccinare il paese, incardinare il Pnrr e aver impostato la ripartenza economica. Obiettivo raggiunto con il pil che registra una crescita pari al 6,3 per cento. Tra le più alte in Europa. A questo punto, Draghi si sentirebbe le mani libere. Per rimettere al Parlamento che di giorno lo osanna e di notte gli rema contro (presentando emendamenti) la responsabilità di decidere in massima libertà cosa fare. In caso di dimissioni, sarebbe pronto il piano A, cioè un governo fotocopia a guida del ministro Franco o Cartabia che sarebbe anche, nelle perverse strategie di cui si parla in queste ore, un’altra possibile contendente eliminata dalla corsa per il Colle.

È uno scenario shock. Probabilmente fatto circolare per dare una sorta di ultimatum alle bizze dei partiti, dei loro leader e delle truppe in Parlamento dove la verità è che nessuno controlla nessuno. «Sarebbe un rischio enorme per tutti – diceva ieri un senatore di maggioranza assai preoccupato – per tutto il Parlamento che si troverebbe spiazzato dalla scena di Draghi». Ma lo sarebbe anche per Draghi perché a quel punto il 18 gennaio i grandi elettori non avrebbero più vincoli e sarebbero mossi solo dall’esigenza di salvare la legislatura con il Paese comunque in sicurezza. Non è detto, a quel punto, che la scelta andrebbe a cadere su Super Mario. Goffredo Bettini, sottile analista di dinamiche politiche e di potere, ebbe a dire già un paio di mesi fa che «bisogna stare attenti perchè esiste anche la possibilità che Draghi non sia più né premier né Presidente…».

Voci di dimissioni pronte di Draghi una volta messa in sicurezza la manovra erano già girate nelle scorse settimane. Ciò che oggi le rende più credibili è che vengono diffuse da ambienti di palazzo Chigi. Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare, verrebbe da pensare. La sfida sul decreto fiscale è una prova in più di un Parlamento impallato che non sa andare né avanti né indietro. A questo scenario se ne aggiunge un altro. La fonte è sempre legata ad ambienti di palazzo Chigi. «Chi pensa a Draghi anche dopo il 2023 non ha capito molto…». Il premier infatti sarebbe comunque pronto a lasciare la guida del governo una volta eletto il nuovo Capo dello Stato. Che non sarebbe lui. Difficile dire quale delle due sia più elegante e istituzionale.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.