Dicono, fonti ufficiali, che Mario Draghi abbia condotto in “grande serenità” i colloqui bilaterali con le forze di maggioranza sulla legge di bilancio. Dicono anche, alcuni testimoni, che però «il Presidente è apparso un po’ più infastidito del solito, ad esempio stava spesso sul telefonino, leggeva e scriveva, cosa che non avevo mai notato in precedenti occasioni». Nulla mai, nelle ore dei colloqui, è trapelato sul risiko Quirinale e sul crocevia che da qualunque parte lo si prenda incrocia sempre il nome di Mario Draghi. Non un riferimento, un allusione, un pretesto, una metafora, nulla. Indiscrezioni tante, più o meno qualificate. L’ambizione, più volte confermata anche se mai dal diretto interessato che però neppure l’ha smentita, di ambire alla Presidenza della Repubblica. Non è un caso se tra i nickname che lo riguardano, oltre SuperMario, ci sia anche La Sfinge.

Di sicuro Draghi e il ministro Franco non hanno apprezzato il fatto che mentre il governo lavora ai tavoli, e lo fa da settimane, per chiudere l’accordo con i partiti di maggioranza su una legge di bilancio che, tra le altre cose, mette otto miliardi nel taglio delle tasse, gli stessi presentano 6300 emendamenti. Mille e cento solo Forza Italia, più di novecento i 5 Stelle, più di ottocento il Pd. Quale la verità? Dove inizia la propaganda? E dove il retro pensiero di non “perdere” anche questa occasione per fare campagna elettorale? Una cosa è certa: Mario Draghi non starà certo a palazzo Chigi per farsi logorare da una maggioranza che non ha ancora ben capito che rischio sta correndo.
Detto questo, è chiaro che la “dote” del Parlamento, ad oggi fissata a 600 milioni, mai così bassa, è destinata a crescere. Potrebbe arrivare, tra un riconteggio e una limatura, ad un paio di miliardi utili a sfamare appetiti e ambizioni dei vari parlamentari e dei loro territori. Sufficienti per soddisfare almeno due richieste che salgono da quasi tutti i gruppi: soldi per ammortizzare l’aumento dei costi energetici; soldi per il Superbonus edilizia che è il settore che sta guidando la ripresa del pil. Ieri l’Ocse ha certificato per l’Italia una crescita superiore al 6 per cento nel 2021 e superiore al 4 nel 2022. E allora sarebbe difficile parlare di rimbalzo. C’è un pil materiale e un altro che misura l’affidabilità del paese. La nostra accountability è a dieci. Compensa altre insufficienze. E il merito è solo di Mario Draghi e di una squadra di governo che lui ha voluto mista, politica e tecnica, dimostrando che i problemi complessi si possono gestire e risolvere se privati di ideologia. Qualunque essa sia.

La manovra arriverà in porto. È attesa in aula, al Senato, il 17 dicembre. Per questo è importante il lavoro di queste ore. La seconda lettura è destinata, come sempre, ad essere una veloce conferma. Nonostante i 6300 emendamenti, c’è un cauto ottimismo. A palazzo Chigi e tra gli stessi che comunque hanno voluto alzare le 6300 bandiere.
Il problema, la vera partita, è e resta quella del Quirinale. Palazzo Chigi smentisce «qualunque ipotesi di dimissioni dopo l’approvazione della manovra». O anche dopo l’elezione di un altro candidato alla Presidenza della Repubblica. Lo staff del premier non vorrebbe che si parlasse di questo per il semplice motivo che il Presidente stesso non ne vuole parlare. Si sa però che certi silenzi sono più espliciti di alcune conferme. Detto questo, martedì sera Enrico Letta ha parlato con una chiarezza mai usata prima. «Il prossimo Presidente della Repubblica dovrà essere eletto a larga maggioranza, non potrà che essere così, altrimenti il governo cadrebbe immediatamente dopo». Complice l’ora tarda – il segretario dem era ospite a Carta Bianca su Rai Tre – è sfuggita ai più la portata di quella affermazione. Mai così chiara. Mai così esplicita. Segno che anche Letta ha avuto qualche indiscrezione circa le reali intenzioni di Draghi. O Colle o dimissioni. Detta così può sembrare brutale. Ma il concetto è che l’attuale premier non avrebbe più tanta voglia di dover gestire una maggioranza in perenne competizione elettorale e in costante mutazione. Lui, ha ripetuto più volte, vuole un governo che governa e non che cincischia frenato da veti incrociati, rivendicazioni e bandierine varie. Come succede invece da settembre ad oggi.

È presto per fare nomi. «Se ne parla dopo la legge di bilancio» ha ripetuto Letta. E però il nome della larga maggioranza può essere solo uno: Mario Draghi. Subito dopo, e subito prima, è necessario però rassicurare le truppe parlamentari che la legislatura arriverà fino al 2023. E questo è l’altro passaggio strettissimo. Al Nazareno hanno preso coscienza anche di un’altra cosa. E cioè il piano coltivato da Silvio Berlusconi. Il leader di Forza Italia avrebbe un piano A ed un piano B. Durante le prime tre votazioni, Berlusconi conterebbe i voti a proprio favore, che dovrebbero essere tanti, più di 400, non in numero sufficiente per salire al Colle, ma abbastanza per determinare l’esito delle successive votazioni. Infatti nel piano B, l’ex presidente del Consiglio, soddisfatto dal tributo delle urne e di essere stato tre mesi al centro di cronache e retroscena ma preso atto del tramonto del suo sogno, metterebbe la massa dei voti in proprio possesso a disposizione di un nuovo candidato. A partire dalla quarta votazione. Uscendo di fatto come vero King maker, alla faccia dei “giovani allievi” Salvini e Meloni.

In un contesto del genere, i nomi più gettonati sarebbero Casini (meno sgradito alla Lega) ed Amato (più improbabile). Soprattutto il centrodestra tornerebbe non solo a sedere ma a dare le carte al tavolo dove si sceglie il Capo dello Stato. Un ruolo che è negato ormai dal 2006, quando il centrosinistra elesse Giorgio Napolitano.
Il palese attivismo di Berlusconi, la scoperta del Piano B ancora più insidioso del Piano A, e le prime critiche in casa Pd (i senatore dem Andrea Marcucci e Dario Stefano chiedono a Letta di uscire dal suo “splendido isolamento” per giunta sprovvisto di voti), hanno spinto il segretario a mettere il naso fuori dalla porta di casa e iniziare parzialissime consultazioni su possibili candidati o candidate di area centrosinistra su cui costruire un altrettanto largo consenso. Tutto questo però arriva sempre al solito crocevia. Che è anche la casella di partenza. Dove si trovano Mario Draghi e le sue legittime ambizioni. Questa volta la partita del Colle è veramente complicata.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.