Un presidente della Repubblica unitario, dal profilo alto, super partes. Mentre impazza lo stillicidio di nomi e di scenari per il Colle, arriva l’identikit che il segretario Pd, Enrico Letta, tratteggia per il futuro inquilino del Quirinale. «Sarebbe positivo se il prossimo Presidente della Repubblica fosse eletto con una ampia maggioranza che comprenda anche l’opposizione, Fratelli d’Italia» dice il leader dem. Matteo Renzi sta al gioco, vede, rilancia: «Bene anche per noi le larghissime intese».

Nel cuore della settimana dedicata da Giorgia Meloni alla consacrazione della sua creatura come “casa dei conservatori”, ecco che il wishful thinking di Letta rivela la natura del passaggio. Includere Fratelli d’Italia tra i soci di maggioranza necessari a varare il Quirinale che dovrà traghettare l’Italia dell’era post-Covid verso la terza Repubblica, arruolandoli sin dal giorno dopo per scrivere insieme la nuova legge elettorale. Il principale partito di opposizione a Draghi, Fdi – ci sarebbero poi Sinistra Italiana di Fratoianni e gli ex 5 Stelle del misto, raggruppati intorno a L’Alternativa – non fa mistero di avere con il premier una interlocuzione assidua e rispettosa. E non a caso alla ministra Guardasigilli, Marta Cartabia, il partito della Meloni ha tributato lunghi applausi. È quello di Cartabia il nome che indica Carlo Calenda, che interpreta così le parole di Letta: «Se va Draghi al Quirinale la legislatura è finita. Io non sono d’accordo. Io auspico invece che Draghi resti, facendo un patto di legislatura, il nome giusto può essere quello di Cartabia, che è moderata e ha tutte le carte in regola, perché sopra le parti» dice il leader di Azione.

I dem fanno quadrato intorno all’indicazione della segreteria, dal coordinatore dei Sindaci del Pd Matteo Ricci (“Giusta l’impostazione di Letta») a Matteo Orfini (“La maggioranza sul Quirinale più è larga meglio è») fino a Gianni Cuperlo, che sintetizza: «Partirei dalla maggioranza di governo che è già larghissima, e se si allarga meglio ancora». Si prova a sgomberare il campo dalle ipotesi di bandiera, dalle votazioni identitarie, dalle conte interne. «La candidatura al Quirinale non può essere di parte, né con schema politicista o di poli», anche per il segretario Psi Enzo Maraio. «Serve una figura ampiamente rappresentativa, scelta in modo largo dai grandi elettori, come fu – conclude Maraio – per il presidente Sandro Pertini».

Sergio Mattarella al bis non ci sta. E non passa giorno senza dare segnali: ieri ha reso noto di aver fissato per il 16 un incontro con Papa Francesco che ha fatto protocollare come “Visita di commiato”. Se il comitato per Draghi presidente andrà avanti nei suoi lavori, il successo dell’iniziativa è fissato a quaranta giorni da oggi. Pochi. Utili a fissare una road map per la quale ci viene in soccorso Sabino Cassese: «Se Draghi fosse eletto al Colle si dovrebbe dimettere subito da premier, tra quel momento e il giuramento c’è un lasso di tempo. Il governo sarà retto dal ministro più anziano, Renato Brunetta, e il nuovo presidente della Repubblica comincerà le consultazioni per nominare il nuovo premier».

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.