Il day after non è quello delle scelte ma quello dei rinvii. Serve un tempo di compensazione per capire cosa fare. L’ordine di scuderia tra tutti i gruppi di maggioranza è tacere e non esporsi su scelte che sono assolutamente “premature”. Dunque il mantra, anche dopo che Draghi ha “parlato”, è: se ne riparla a gennaio. Non è vero, perché in ogni capannello, specie al Senato dove è in corso la maratona per il prima via libera alla legge di bilancio (il maxi emendamento è arrivato ieri sera alle 20), il tema è: ha lanciato la palla nel nostro campo, quello del Parlamento, ora tocca a noi decidere. In realtà, Draghi ha fatto chiarezza.

 

Dopo aver tanto richiesto che il premier mettesse sul tavolo il suo punto di vista – da oltre un mese si sente ripetere tra Camera e Senato “ma perché Draghi tace, dicesse qualcosa…”- ora che lo ha fatto i gruppi parlamentari si sentono “spiazzati”. Qualcuno, a destra come a sinistra ma sempre in maggioranza, addirittura “messo con le spalle al muro”. Quasi “arrogante” dicevano ieri alcuni deputati Pd. Specie nel passaggio in cui ha spiegato: “Il governo può andare avanti indipendentemente da me”. E poi ha avvisato: “La coalizione è a rischio se si divide sul Capo dello Stato”. Che, estremizzando, vuol dire: io non resto lì a fare il premier per farmi logorare da voi e dalla campagna elettorale perenne che ha condizionato questa legislatura. Del resto, “il governo va avanti finché governa” è sempre stato il suo mantra. Draghi lo disse a luglio quando i partiti iniziarono ad alzare bandierine identitarie. Ed è esattamente quello che pensa e ha ripetuto anche ieri. “Ma oggi Draghi – sibilavano sempre dal Pd ieri – ha ancora meno voti di quelli che aveva prima della conferenza stampa”. Si prende tempo, dunque. E si cerca una soluzione. Che vuol dire un candidato per il Colle. Che potrebbe alla fine anche essere lo stesso Draghi. Ma anche no.

Ieri il premier ha lavorato con la consueta intensità. Due cabine di regia, la prima per decidere le nuove restrizioni contro la variante Omicron (tra cui mascherine obbligatorie ovunque anche all’aperto; green pass valido sei mesi; cancellate le feste in piazza per Capodanno; supergreen pass per palestre, piscine e musei) che poi sono state varate nel Consiglio dei ministri concluso in serata. La seconda per fare il punto sullo stato di attuazione del Pnrr e dare sostanza al numero dei 51 obiettivi previsti dal cronoprogramma entro il 31 dicembre e raggiunti. Si tratta della prima relazione al Parlamento sul Pnrr. Dopo aver ringraziato gli uffici della Presidenza del consiglio, i ministri e le rispettive amministrazioni, il Parlamento, i comuni, le regioni, le province, Draghi ha speso parole importanti per il ministro Franco “e il lavoro straordinario svolto dalla struttura del Mef”. Poi ha sottolineato come «aver conseguito i 51 obiettivi previsti dal Piano è importante, ma non è il momento di adagiarsi per l’obiettivo raggiunto». Serve, prima di tutto, «un’attuazione attenta delle deleghe e la predisposizione di un sistema di monitoraggio continuo per controllare che si stiano giorno dopo giorno raggiungendo gli obiettivi finali indicati nel Piano». Un discorso di metodo, certamente, e valido in generale. Ma non il discorso di commiato di un premier sul punto di traslocare.

Chi si è mosso di più ieri è stato il centrodestra. Matteo Salvini, che già l’altra sera aveva espresso il suo punto di vista (“Draghi deve restare alla guida del governo, anche perchè la Lega sta lì e coabita col Pd solo perché c’è lui”) ieri mattina è stato a colloquio col premier. Il leader della Lega he negato che abbiano affrontato anche il tema del Quirinale. Caro bollette, lavoro, crisi energetica, legge di bilancio, la pandemia tra i temi del colloquio. “Quelli che interessano cittadini, i retroscena sul Quirinale li lasciamo a voi giornalisti” ha detto un po’ sprezzante. È ovvio che ne abbiano invece parlato. E Salvini, dicono alcune indiscrezioni, avrebbe confermato il suo punto di vista: è preferibile che Draghi resti a palazzo Chigi altrimenti la legislatura è a rischio e di sicuro lo diventa questa maggioranza. L’argomento è stato invece trattato nel vertice di due ore a Villa Grande, la residenza romana di Silvio Berlusconi. Presenti, con Salvini e Meloni, anche Toti, Lupi e Cesa.

Ma anche qui è stato deciso di “rinviare a gennaio ogni decisione”. In un comunicato congiunto il centrodestra ha comunque tenuto il punto: ogni decisione, sul Quirinale e non solo, “sarà assunta e portata avanti in modo unitario”. Ulteriori decisioni, “saranno comunicate ai primi di gennaio” ha sottolineato il Cavaliere. La cui candidatura è stata nei fatti messa fuori gioco ieri da Draghi. La verità è che il premier attende le mosse dei leader politici. Sono settimane che da palazzo Chigi (e anche dal Quirinale) si aspettano di vedere un passo dalla politica, un’ iniziativa che metta un freno ad una corsa cominciata troppo presto e faccia capire un nome per il Quirinale.

Da oggi Salvini, Letta, Berlusconi, Renzi, Speranza e la stessa Meloni dovranno smettere di giocare e commentare da fuori ma partecipare attivamente, senza giochi e tatticismi, all’appuntamento più importante che è l’elezione del presidente della Repubblica. Sempre da oggi riunioni politiche, appuntamenti organizzati e annunciati, gli ammiccamenti di tutti con Giorgia Meloni, gli annunci di riunioni del Pd (per il 14 gennaio), si svolgeranno in quadro molto più chiaro: Draghi ha lanciato il suo segnale, i partiti non possono più traccheggiare e devono assicurare un’assunzione di responsabilità. Non tanto per la persona di Mario Draghi ma per il paese.

 

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.