Il problema si è creato, anche, alla buvette del Senato: ieri mattina alle 7 quando ha aperto, un’ora abbondante prima del previsto, in mezz’ora sono spariti cornetti e colazioni varie. Il popolo della notte di palazzo Madama, quel centinaio di persone circa – compresi segreterie e portaborse – che aveva finalmente iniziato la votazione della legge di bilancio reclamava cibo e calorie per andare avanti. La maratona bilancio sarebbe andata avanti almeno fino alle 15 e 30, quando i 119 articoli di partenza sono arrivati per la prima volta in aula. Dove resteranno due-tre giorni, prima di essere licenziati con un blindatissimo voto di fiducia.

Tutto questo accadrà prima di Natale. Poi ci sarà il secondo tempo, finto, alla Camera. L’approvazione in extremis e, nei fatti, in un solo ramo del Parlamento per evitare l’esercizio provvisorio è stata una caratteristica di questa legislatura. Quattro manovre su quattro hanno avuto questo destino. Si pensava che il governo Draghi potesse evitare queste anomalie e forzature. Ma se anche il “governo dei migliori”, e s’intende qualche ministro, presenta emendamenti fino alla fine o quasi, non poteva che andare com’è andata: una legge di bilancio approvata al buio o quasi. Perché poi qualcuno che fa il furbo c’è sempre. E non è solo questione di soldi. A volte, per fortuna, fa saltare sulle sedie anche il merito. Era l’alba ieri mattina quando Italia viva s’è accorta che una manina del governo che avrebbe dato la possibilità al ministro dell’Istruzione di “cambiare l’esame di maturità e le valutazioni degli apprendimenti” senza passare dal Parlamento. Emendamento subito cassato. Era notte, invece, più o meno le quattro del mattino, quando il senatore della Lega Stefano Candiani è entrato in sala Koch, ring di questa lunga e rissosa sessione di bilancio, urlando “cialtrone-cialtrone”. Ce l’aveva con il ministro per i Rapporti col Parlamento Federico D’Incà perché, pur avendolo promesso più di un mese fa, ha poi negato il via libera allo sconto Iva per chi (privati) vuole acquistare mezzi di soccorso per i vigili del fuoco.

La prima manovra del governo Draghi non è stata una prova di efficienza, democrazia e trasparenza. Bisogna però chiarire di quale legge di bilancio stiamo parlando. Il governo, cioè Draghi e un pugno di ministri, hanno blindato i dossier considerati intoccabili – tra cui 8 miliardi per la riforma dell’Irpef; tre miliardi e 800 contro il caro-bollette; un miliardo per il reddito di cittadinanza; quattro miliardi per la riforma degli ammortizzatori sociali, un miliardo e mezzo di decontribuzioni per i redditi fino a 35 mila euro – e su questi la discussione si è chiusa quando il testo è arrivato al Senato a metà novembre (era stata licenziata dal Consiglio dei ministri il 28 ottobre). Restava da assegnare la cosiddetta “dote parlamentare”, circa 600 milioni di euro che i gruppi dirottano ogni anno verso le esigenze dei propri territori. Briciole rispetto ai 30 miliardi che sono il valore complessivo della legge di bilancio. E siccome i soldi da spartire per mance e mancette erano così pochi, la rissa è andata avanti serrata e col coltello tra i denti fino all’ora di pranzo di ieri. Si è poi conclusa secondo uno schemino fatto filtrare in commissione Bilancio: 42 milioni ai Cinque stelle, 38 alla Lega, 25 a Forza Italia, 24 al Pd, 18 a Leu, 11,5 a Italia. Ben 27 milioni a Fratelli d’Italia che beneficia così del suo stare all’opposizione prendendo molto di più di quello che è il suo reale peso parlamentare. Ecco che allora, al di là di quello che sentirete dire in discussione generale dove si dicono tutti scontenti, dai 5 Stelle a Fratelli d’Italia perché “la democrazia è stata umiliata” e il “Parlamento offeso”, dalla gestazione di questa manovra emergono tre o quattro lezioni/considerazioni da tenere presenti. Anche in previsione del mese che verrà e delle urne presidenziali. La prima: il ritardo è dovuto al fatto che i soldi da assegnare – da “spartire” direbbero i populisti – erano veramente pochi e quindi è stato tutto più difficile.

La seconda lezione/considerazione: i partiti non sanno se questa sarà l’ultima manovra della legislatura, se è una manovra “elettorale” – dove ciascuno alza bandierine da sventolare poi nella prossima campagna elettorale – oppure no. Nel dubbio, hanno fatto come se lo fosse. Da qui le richieste, le bandierine, le battaglie sul bonus edilizio del 110% (battaglia che è stata di tutti e per tutti ad alto consenso), su forze dell’ordine e sicurezza (Fi e Lega), disabilità (Lega), sulla proroga di sei mesi delle cartelle fiscali (Lega, Fi e un pezzo di M5s) e di tre mesi per i tavolini all’aperto. Il Pd ha lavorato e ottenuto per la scuola. Per non parlare dei 7 mila euro che serviranno a esentare dal pagamento del pedaggio autostradale i vigili del fuoco della Valle d’Aosta o dei 150 mila euro per la tutela del sughero nazionale. Il senatore Andrea Cangini (Fi) è riuscito a tenere il punto sulla Fondazione Zeffirelli. E poi palestre, piscine, cinghiali, frutta a guscio, prodotti gastronomici più o meno tipici.

La terza lezione/considerazione da fare riguarda Fratelli d’Italia che si è mostrato essere in questo passaggio il miglior alleato di Draghi. Il partito di Giorgia Meloni infatti aveva servita sul piatto l’occasione di mandare il governo dei migliori in esercizio provvisorio. Vi immaginate la prima manovra Draghi che va in esercizio provvisorio? Che non ce la fa a essere approvata entro la fine dell’anno? Roba da fine mondo. Come minimo dimissioni. E quindi, la possibilità dell’agognato, da parte di Fdi, voto anticipato. Sarebbe bastato un minimo di ostruzionismo e “il gioco” era fatto. Invece no. Fdi è stata al tavolo in ogni bilaterale, ha trattato, ha portato a casa ben 27 milioni (tantissimi rispetto al numero dei parlamentari e tutti destinati alle coperture per malattia).

C’è una quarta considerazione da fare. E riguarda il governo: secondo tutti i partiti la carenza di gestione forte è stata quella del ministero per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, bravissimo ragazzo “ma non adatto a gestire un passaggio come questo dove non si può promettere, rinviare, illudere e poi non rispettare le promesse”. Draghi prenda appunti. Che sia la sua prima e ultima manovra. O che vada avanti anche il prossimo anno. Il Senato dovrebbe licenziare la manovra la sera del 23 dicembre. Non sono previsti colpi di scena. Tutti scontenti ma tutti contenti. La Camera avrà tre giorni a disposizione. Ma non potrà toccare una virgola. C’è un monocameralismo di fatto. E questo è un altro problema.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.