Per capire cosa c’è dietro il doppio affondo di Giorgia Meloni contro Berlusconi («se cerca Letta vuol dire che ha fatto un passo indietro rispetto al Quirinale») e contro Salvini («Fdi resta nei Conservatori europei, no al gruppo unico delle destre»), tutto in 36 ore, fonti di Forza Italia invitano a fare un passo indietro. A mercoledì 3 novembre. Quel giorno la leader di Fratelli d’Italia rimase un’ora e mezza a colloquio con Mario Draghi nel suo ufficio. Oggetto dell’incontro, la legge di bilancio. Ma nel lungo e gradevole confronto, Meloni avrebbe buttato lì una proposta: «Fratelli d’Italia ti può votare per il Quirinale se…».

Mario Draghi non è certo persona che accetta trattative. Semplicemente non le raccoglie. Come le lusinghe. Ma è chiaro, racconta un testimone non diretto di quell’incontro, che «l’offerta non è caduta nel nulla. Così come è chiaro che a Mario Draghi piace e anche parecchio lo scenario Quirinale». Dove però anche per Super Mario non è facile arrivare con un Parlamento balcanizzato come questo a cui interessa solo far durare il più possibile la legislatura. Dove nessuno si fida di nessuno e tutti pensano che ciascuno giochi almeno su due-tre tavoli diversi. Draghi infatti potrebbe accettare di diventare Presidente della Repubblica solo con la più larga maggioranza. E il beneplacito di tutti. La strizzatina d’occhio di Giorgia Meloni sarebbe certamente un tassello decisivo. Se non fosse che la stessa Meloni sembra voler far di tutto per indebolire la sua coalizione, quel “centrodestra unito” che col passare del tempo assume fattezze quasi mitologiche ma nei fatti inesistenti. Che, per l’appunto ha promesso a Berlusconi di provarci ad incoronarlo Capo dello Stato. Ma ogni volta che rinnova l’impegno poi si registra una marcia indietro.

Il centrodestra è condannato a stare unito ma lo è sempre meno. O vince le prossime politiche – da qui l’urgenza di Meloni di convocarle il prima possibile – oppure si disintegra. Almeno nella formazione attuale. Dove, spiega un senior di Forza Italia, «Silvio Berlusconi è comunque legato all’idea del centrodestra unito nelle sue differenze come lui lo aveva immaginato a suo tempo, cioè con Forza Italia perno liberale e moderato». Matteo Salvini è «comunque meglio di quello che può sembrare se non altro perché ascolta ed ha l’autonomia di cambiare anche opinione». Giorgia Meloni è invece «la variabile non prevista», figlia di una politica che è diventata molto veloce a creare ma anche distruggere i propri leader. L’affondo dell’altro giorno mentre presentava il libro di Bruno Vespa (“Perché Mussolini rovinò l’Italia- e come Draghi la sta risanando”) va inserito in questo contesto. «La leader di Fratelli d’Italia vive due difficoltà. Una caratteriale per cui vuole essere protagonista e regista di tutto anche stando all’opposizione. L’altra è di tipo politico ed è conseguenza di quella precedente: si sente continuamente esclusa dal centrodestra di governo».

Insomma, una ipersensibilità politica per cui se Berlusconi risponde all’appello di Enrico Letta («facciamo un tavolo tra i leader di maggioranza per discutere e limare la legge di bilancio», un tavolo che però è stato subito visto come un moto per trattare sul Quirinale), Meloni si sente “esclusa” dal “centrodestra di governo”, alza la posta e tira una manganellata. Come ha fatto mercoledì quando ha detto: «In questo quadro non è facilissima l’elezione di Berlusconi , lo dicono i numeri». E comunque, il fatto che abbia «risposto all’appello del Pd» per il Tavolo su manovra e Quirinale «e visto che sicuramente il Pd non lo vota alla Presidenza della Repubblica, per me significa che Berlusconi sta facendo un passo indietro». Un big di Fratelli d’Italia la mette così: «Giorgia ha voluto mandare un messaggio a Silvio: occhio che a me non la fai, ti controllo. Abbiamo fatto un accordo per me blindato: sei tu il nostro candidato, non abbiamo bisogno di nessuno e i voti che mancano li possiamo trovare al momento necessario. Se tu alla prima occasione accarezzi il nostro avversario (cioè Letta, ndr) ti avverto che il patto lo faccio saltare io».

Una ripicca continua. Che va avanti da quando Forza Italia non avrebbe rispettato i patti nel Cda Rai blindando Simona Agnes a scapito del candidato di Fdi. «Da allora, a ogni occasione, Meloni ripete lo stesso schema: o fate quello che dico io o vi punisco». Il centrodestra sta insieme ma ognuno gioca contemporaneamente su altri tavoli. Che hanno a che fare con la partita del Quirinale e la durata della legislatura. Le strategie divergono. Fratelli d’Italia non ha un piano B sulla alleanze, «siamo monogami per definizione» ripete Meloni ai suoi. Questo vuole dire che la possibilità di andare a palazzo Chigi è garantita solo se la coalizione resta unita. A Berlusconi tutto sommato interessa più che se ne parli che una reale candidatura al Colle. Da uomo di comunicazione, si fa notare, «gli è sempre piaciuta più la campagna elettorale che governare». Il Cavaliere però ha un Piano A – avanti con la coalizione – e anche un Piano B: un centrodestra liberale ed europeo dove una Forza Italia rinnovata torna ad essere perno e motore. Che potrebbe fare a meno di Meloni ma non della Lega. Ecco perchè Berlusconi ha auspicato nei giorni scorsi che “Draghi governi oltre il 2023”.

La verità è che il Cavaliere non immagina premier nè SalviniMeloni. Da cui discende che neppure i due leader si fidano fino in fondo di Berlusconi di cui ben conoscono la capacità di muovere le pedine contemporaneamente su più tavoli. Di muoversi a 360 gradi. Una coalizione dove ognuno gioca la sua partita e tesse la sua tela. Con molteplici variabili. Meloni, ad esempio, non ne vuole sapere del partito unico a cui lavora Salvini. È convinta che, al dunque, potrà avere più voti del leader della Lega e quindi di essere la predestinata per guidare il governo di centrodestra. Uno scenario che deve realizzarsi il prima possibile. Da qui l’ammiccamento al premier (“noi ti votiamo”) di cui si narra nei capannelli tra Camera e Senato.

Da qui le grandi manovre per anticipare il voto delle politiche, scenario che si ipotizza Meloni possa condividere con Enrico Letta e quella parte di Pd che vuole andare a votare per liquidare una volta per tutte i conti con il renzismo. «Tra Giorgia ed Enrico c’è una grande feeling» si fa notare sempre da Forza Italia. Berlusconi però non ne vuole sapere di voto anticipato tanto da dire “Draghi dopo Draghi”. «La verità – dice un big di Forza Italia – è che il quadro politico muta velocemente e dopo il Quirinale cambierà di nuovo». Il centrodestra è un modo di dire. Una convenzione narrativa. Perché di unito lì dentro ormai c’è molto poco.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.