Il centrodestra prova a ricominciare là dove si era perso qualche mese fa: dalla foto di famiglia con Berlusconi, Meloni e Salvini sorridenti uno accanto all’altro nel giardino di Villa Grande a Roma. Una foto non fa una vera unità ma può significare molto. Oggi vuole dire, commenta un senatore di Forza Italia mentre la osserva sul telefonino alla buvette di palazzo Madama, «che fino a febbraio, quando sarà eletto il nuovo Presidente della Repubblica, non succederà nulla di particolare. Poi staremo a vedere». Arriva un altro senatore della destra, non di Forza Italia, che sibila: «Dipende da come reagirà il Cavaliere quando capirà che la storia della sua elezione a Capo dello Stato è solo un cinico raggiro».

Il vertice, dunque. Richiesto da Giorgia Meloni lunedì pomeriggio, è stato consumato ieri a pranzo. Un omaggio e un riconoscimento alla leader di Fratelli d’Italia che al momento guida la coalizione (è a +1 su Salvini). Tra le decisioni assunte, secondo il comunicato finale, c’è che i tre leader si vedranno una volta alla settimana per decidere «azioni parlamentari condivise» e che i candidati delle prossime amministrative saranno decisi entro Natale. Il centrodestra «intende continuare a lavorare come coalizione in vista dell’elezione del capo dello Stato» e – ecco il punto più importante – «ha confermato la propria indisponibilità a modificare la legge elettorale in senso proporzionale». Basta fughe in avanti e in solitaria. Tutti insieme appassionatamente. Fino a febbraio. Poi si vedrà. Il punto è che dietro la foto, resta tutto come prima: Forza Italia convintamente al fianco di Draghi e molto divisa al suo interno (l’elezione del capogruppo Barelli, uomo di Tajani, ha scatenato la ministra Gelmini: «Qualcuno ha raccontato bugie a Berlusconi»); Lega a giorni alterni – anche martedì ha votato il Dpb ma ha nicchiato sulla riforma di Quota 100 e a seconda dell’umore di Salvini quando scruta i sondaggi; Fratelli d’Italia all’opposizione, a prescindere.

Anche la giornata parlamentare è stata paradigmatica delle tre diverse posizioni rimaste invariate nell’ambito della legittima dialettica. Nulla a che vedere con gli scontri dei giorni scorsi, con il gallismo tra Meloni e Salvini e quelli di Forza Italia nel mezzo a cercare di non finire schiacciata. Ieri è stato il giorno delle comunicazioni al Parlamento del presidente Draghi in vista del Consiglio Europeo di oggi e domani. Né LegaFratelli d’Italia nei rispettivi interventi hanno disturbato il manovratore. Sicuramente non lo ha fatto la Lega. In modo assai blando lo ha fatto Fratelli d’Italia. Anche quando il premier ha messo in fila i numeri e ha rivendicato che «in Italia la campagna vaccinale procede più spedita della media europea con l’81% dei cittadini sopra i 12 anni completamente vaccinati». E che la curva epidemiologica «è sotto controllo grazie al senso di responsabilità dei cittadini e questo ci permette di mantenere aperte scuole, attività economiche e luoghi della nostra socialità». Bene: a fronte di un simile elogio di vaccini e green pass, dall’aula sia alla Camera che al Senato non si è levato un cenno di dissenso. Chissà, il voto forse è servito a far capire che non è di green pass che vogliono sentire parlare i cittadini.

L’ordine del giorno del Consiglio europeo vede temi come pandemia e vaccini («La Ue adesso ha l’autorità Hera per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie»), transizione digitale, costo dell’energia, commercio estero e Cop26. L’aula, al Senato e alla Camera, ha ascoltato prima l’intervento e poi le repliche, puntuali e documentate, anzi sollecitate da quel grazie preventivo del premier «per le vostre osservazioni e il vostro sostegno». La fine della campagna elettorale pare aver sgomberato il campo da strumentalizzazioni e perdite di tempo. Le informative prima dei Consigli europei non sono mai entusiasmanti. Questa ha avuto il pregio di tracciare parte di quel piano industriale che spesso diciamo essere assente in Italia. Dopo aver detto che la pandemia ha cambiato l’agenda economica e politica e che molti settori saranno costretti a reinventarsi senza aver capito come e dove, ieri Draghi ha insistito sulle due transizioni sponsorizzate dal Pnrr: quella ecologica e quella digitale. E ha indicato quelli che saranno i punti di approdo: intelligenza artificiale, semiconduttori, tecnologie quantistiche, energia. Saranno anche i settori dei nuovi lavori e delle nuove specializzazioni. «Una sfida decisiva per l’Europa è raggiungere l’autonomia tecnologica nei semiconduttori e nelle tecnologie quantistiche».

In questi settori dipendiamo sempre di più dalle forniture extra-europee che quando si bloccano o tardano per qualche motivo, come sta accadendo in questi mesi, le aziende devono fermare e rallentare la produzione. Ecco perché «la Ue intende produrre il 20% dei semiconduttori entro il 2030». Per farlo, si sta lavorando alla nascita di «un ecosistema europeo di microchip all’avanguardia». Detto in parole povere, significa investimenti, aziende e posti di lavori anche in Italia. Sono già in corso trattative su questo fronte. Sappiamo che il colosso Usa Intel ha intenzione di riportare in Occidente la produzione di semiconduttori. L’idea è quella di un ecosistema che coinvolga più paesi. L’ad di Intel ha incontrato anche Draghi. Balla un investimento di 20 miliardi per almeno due fabbriche in Europa. L’Italia saprà essere competitiva in questa opportunità? «Per farlo dobbiamo – ha precisato Draghi – intervenire subito e con decisione. La Cina e gli Stati Uniti lo stanno già facendo investendo decine di miliardi, dal 30 al 60% del costo di un impianto di semiconduttori. Questo per dire che per fare la transizione ecologica e quella digitale non ci sono alternative all’intervento dello Stato». Diventeremo un paese produttore di microchip e circuiti integrati? Di sicuro sarebbe un bel modo di cambiare.

Di fronte a questi temi – finalmente alti e stimolanti – l’aula ha potuto ascoltare e fare domande. Partecipare e condividere. Oltre al Pd e Italia viva, anche Leu, 5 Stelle e Forza Italia hanno dati pieno appoggio al premier. La premiership di Draghi non sembra in discussione, non adesso e meno che mai a febbraio. Le mozioni per sciogliere Forza Nuova, sono andate come dovevano andare: hanno spaccato la maggioranza e diviso il campo nel più rassicurante centrodestra e centrosinistra. Pd. Iv, Leu e M5s hanno chiesto al governo di valutare se e come applicare la Costituzione e la legge Scelba a Forza Nuova dopo l’inquietante devastazione di sabato 9 ottobre. Il centrodestra, al netto di qualche distinguo di Fratelli d’Italia, ha invece fatto un mescolone dove ha chiesto al governo di «valutare le modalità per attuare ogni misura prevista della legge per contrastare tutte, nessuna esclusa, le realtà eversive». In pratica Forza Nuova come le Tute bianche del g8 di Genova, gli anarchici come i gruppi dell’islamismo radicali. E ci mancherebbe altro non fosse così. Il governo si è rimesso all’aula.

Nulla da ridire su entrambi i documenti. Da notare che il centrosinistra alla fine ha preferito un ordine del giorno condiviso anziché quattro distinte mozioni. Un piccolo passo indietro rispetto alle barricate delle prime ore. Un odg impegna il governo assai meno di una mozione. Del resto, Draghi e Lamorgese avevano chiesto tempo e nuove valutazioni sul dà farsi. All’improvviso nessuno sembra più voler disturbare il regista Draghi. Almeno fino alla prossima settimana. Quando si tornerà a ballare su pensioni e reddito di cittadinanza. Almeno fino al Quirinale, un romanzo ancora tutto da scrivere. E poi dopo si vedrà.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.