Erano già stati chiari alla prima. Alla seconda, ieri, non ci possono essere più dubbi. Per nessuno. Gli italiani – il 40% dei 12 milioni aventi diritto – hanno parlato molto chiaro: basta chiasso inutile su temi assurdi e illogici come vaccini e green pass, basta gallismo tra leader (messaggio per Meloni e Salvini), basta propaganda. I cittadini, non tanti ma questo è un altro problema, ieri hanno consegnato nuovamente la loro fiducia al governo Draghi e ai partiti che in questi otto mesi hanno appoggiato senza isterismi, voltafaccia, agguati e pretesti assurdi la linea dritta e pragmatica del Presidente del consiglio. E tra i partiti c’è senza dubbio il Pd. Carlo Calenda e Matteo Renzi, che il governo Draghi se l’è inventato da sotto terra, hanno avuto ottime (Calenda) e buone conferme già nel primo turno.

C’è anche Forza Italia che porta al centrodestra le vittorie più importanti ma anche le uniche di peso, la regione Calabria e comune di Trieste. Gli elettori hanno invece ipotecato la delega della rappresentanza al Movimento 5 Stelle perché molto timido, soprattutto all’inizio e a cominciare dal suo capo Giuseppe Conte, nel dare appoggio al governo Draghi. Ci sono sicuramente Lega e Fratelli d’Italia che, uno dall’interno della maggioranza e l’altra dall’opposizione, hanno giocato a buttare giù l’esecutivo appena è iniziata la campagna elettorale. Da primavera in poi. Lo dice Enrico Letta, il segretario del Pd, arrivato nella sede del Nazareno una volta acquisiti i risultati e non solo di Roma. «Gli elettori, come spesso succede, sono più avanti di noi. Non solo hanno già introiettato il progetto della coalizione larga e inclusiva ma ci hanno consegnato questa vittoria perché siamo stati uniti e concentrati nonostante le provocazioni e la propaganda sui temi che contano – lavoro, giovani, rilancio economico e industriale – sulle riforme e sui progetti del Pnrr».

Tra gli elettori “più avanti di noi”, ci sono quelli del Movimento 5 Stelle che al ballottaggio hanno votato il candidato del Pd senza apparentamenti, accordi etc etc. Letta è stato ancora più chiaro: «Questo è un voto che rafforza il governo Draghi a cui chiediamo di andare avanti». Non dice fin quando. Ma il segretario del Pd ieri ha voluto subito togliere dal tavolo la prima domanda che analisti, osservatori e diretti interessati si sono fatti una volta definiti i risultati: ora che il Pd è tornato centrale, ora che i 5 Stelle sono, se ve bene, una ruota di scorta, ora che il vento è tornato a soffiare nelle vele, vorrà andare subito a votare per tentare il colpaccio e “mandare” Letta a palazzo Chigi? Giorgia Meloni, la vera sconfitta di queste amministrative ma sempre la leader più lucida nel centrodestra, ha teso il tranello anche ieri. «Ne avevo già parlato con Letta prima del voto. Ma torno sull’offerta adesso visto che il segretario del Pd ora si sente certamente più forte e sicuro: a febbraio Mario Draghi diventa Presidente della Repubblica e noi andiamo finalmente a votare. Così gli italiani avranno finalmente un governo». È una provocazione e Meloni lo sa bene. Poco prima, nella stessa conferenza stampa, aveva affermato: «Quando andremo a votare, tra un anno e mezzo…».

È stato un voto amministrativo, locale, che «non può essere letto con le lenti del voto politico» ripetono tutti. Eppure è stato un voto carico di significati politici. Così tanti da offuscare, come hanno riconosciuto molti candidati sindaci, i temi veri della campagna elettorale. Certe sconfitte possono innescare processi politici assai complessi. Come certe vittorie. Più che il Pd il vero vincitore è il suo segretario. La linea è chiara sui tempi – nessuno scioglimento anticipato della legislatura e fiducia a oltranza a Draghi– un po’ meno sui temi – che fare ad esempio del reddito di cittadinanza? – ; ancora meno sulle alleanze: nel campo largo ed inclusivo ci stanno anche Azione e Iv? E Conte e i 5 Stelle? Ha vinto il Pd “riformista” come lo definiscono i senatori Marcucci e Stefano? O quello che ancora a febbraio diceva “o Conte o morte” di Bettini e Orlando? Il segretario Letta ha ancora molto da fare prima di dire che controlla il partito. Da oggi occuperà il suo seggio a Montecitorio e il lavoro sarà certamente facilitato.

Da notare che nel suo intervento Letta non ha nominato Conte e neppure il Movimento. Una disattenzione ricambiata da Giuseppe Conte che, buon ultimo tra i leader, scrive un post serale in cui fa alcune affermazioni illuminanti: il vero vincitore è “il non voto” e a questi cittadini, «nostra unica stella polare si deve rivolgere il Movimento 5 Stelle»; M5s sarà «all’opposizione a Torino, a Roma e ovunque abbiano avuto candidati». Conte tace di Bologna e Napoli, dove era andato a festeggiare la vittoria col Pd. Soprattutto non cita mai Letta, il Pd e l’onda lunga e vincente del lettismo. Se Letta, da leader politico del centrosinistra, ha ancora parecchi nodi da sciogliere, molti di più ne ha sicuramente il centrodestra che esce sconfitto e con molti mea culpa da questa tornata elettorale.

Tranne Silvio Berlusconi: Forza Italia viene ripagata per la fiducia al governo Draghi e agli impegni solenni del mandato. Non è un caso che le uniche piazze vittoriose per il centrodestra siano Trieste – ieri teatro, non a caso, di incidenti e forti tensioni al porto e in città con i gruppi no pass ormai abbandonati dai portuali – e la regione Calabria dove i candidati sono stati scelti da Forza Italia. L’anziano leader non ha mai permesso ai suoi – che neppure c’hanno mai provato – di impelagarsi nelle assurde battaglie su vaccini e green pass. «Gli eroi erano quelli che fermarono i treni per Auschwitz e non certo quelli che bloccano le navi nei porti» ha detto domenica in un’intervista prendendo una volta di più le distanze dal movimento antiDraghi dei suoi alleati.

Meloni e Salvini possono solo leccarsi le ferite per gli errori fatti. E non riconosciuti. Hanno perso roccaforti come Varese ( la Lega) e Latina (Fdi). Salvini ha improvvisato una conferenza stampa post voto da Catanzaro in cui l’unico tema, o quasi, è stato attaccare il ministro dell’Interno e la sua condotta “schizofrenica” nella gestione dell’ordine pubblico a Roma «dove ha accompagnato i manifestanti a devastare la sede della Cgil» e a Trieste dove «sono stati accesi gli idranti contro i lavoratori pacifici». Una narrazione propagandistica dei fatti che ha stufato oltre che i suoi elettori anche i non addetti ai lavori. Le due uniche ammissioni di colpevolezza del leader della Lega hanno riguardato «l’errato tempismo nella scelta dei candidati» tanto che per le elezioni di primavera «dobbiamo decidere i candidati entro Natale». E la scarsa concretezza nell’agenda: «Il Covid ha cambiato il mondo e noi dobbiamo essere più concreti sui temi da portare avanti». Nessun riferimento a vaccini e dintorni. Meglio tardi che mai.

Sarebbe però troppo facile dare la colpa di tutto a Salvini. Paolo Damilano, il candidato sindaco sconfitto di Torino, era il candidato forte di Giorgetti, in corsa da un paio d’anni e ad inizio estate il grande favorito. È finita 60, per Lo Russo (Pd) a 40. Dunque la Lega deve interrogarsi oltre il protagonismo di Salvini e il gallismo tra Giorgia e Matteo. E la domanda riguarda il suo stare in maggioranza e al governo. A giudicare dal voto, funziona la Lega di governo (che governa le regioni) ma non quella di lotta. Giorgia Meloni ha fatto la sua conferenza stampa nella sede di via della Scrofa. A parte l’ammissione della sconfitta e l’analisi degli errori («avremo tempo per capire molte cose»), la leader di Fratelli d’Italia ha accusato il Pd di aver portato la campagna elettorale nel “fango” (caso Morisi, caso Fidanza, l’assalto alla Cgil, la manifestazione di sabato in pieno silenzio elettorale). E ha mandato un poderoso alert a Salvini: «C’è un problema politico nel centrodestra. Questa cosa per cui ci proponiamo uniti nella città ma divisi al governo nazionale è un tema che va affrontato per chiarire il nostro orizzonte politico», ha detto la leader di Fdi chiedendo subito un vertice del centrodestra. Suona come un avviso di sfratto. O, meglio, di scissione. E a fine serata si parla già di “maggioranza Ursula in salsa italiana”. I giochi sono ora aperti per la successione al Colle. E per una nuova legge elettorale.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.