Il centro. Solo a sentire questa parola o si sviene per la noia, oppure la mano corre alla fondina che non abbiamo. Eppure, e giustamente, il tema di nuovo è quello del centro perché siamo tolemaici. Il sistema tolemaico è quello in cui tutti credevano: la terra al centro, il sole e la luna che girano intorno e le stelle fisse e immobili come quelle del presepe. Arrivò Galileo e il resto lo sappiamo: inquisizione, ritrattamento, in fondo aveva ragione il cardinal Borromeo. Per far accettare l’idea che le cose stanno nell’altro modo che oggi sembra ovvio e naturale, furono necessari quasi due secoli.

Così è l’idea della politica che si è generata alla fine della Seconda guerra mondiale: gli estremisti di destra sono i nazisti e i fascisti, poi vengono i monarchici (scomparsi per morte naturale) e di seguito i liberali (latenti e fra loro rissosi e gelosi per natura propria), i cattolici intesi come partito sotto forma di democratici cristiani e poi i repubblicani, socialdemocratici, socialisti, comunisti e le frange della perenne decomposizione a sinistra che ha generato gruppi e gruppetti fino alle brigate rosse, Prima linea e gli anarchici dei centri sociali. Quando si corre verso il bipolarismo, il centro si spacca come una mela e si devono compattare per amore o per forza anche quei poveri disgraziati che non ne vogliono sapere né di fascisti in qualsiasi salsa, né di comunisti in qualsiasi salsa, ma devono abbozzare perché hic Rodhus, hic salta, facce vedé come fai a mettere insieme roba che non sta insieme.

E quindi? Quindi si fa finta – solo finta – che il mondo della politica sia tolemaico e fatto di orbite celesti e stelle fisse: se c’è un’estrema destra e una destra normale, così come c’è una sinistra estrema e una sinistra normale, ne consegue che tutto quello che si trova in mezzo merita il nome convenzionale di “centro”. Di qui l’idea, più pigra che peregrina, che il “centro” debba essere per sua natura moderato. La sua virtù dovrebbe essere quella dello scialbore, ovvero un contenitore adatto al ventre molle della borghesia che per sua natura è piccola e (per l’amor di Dio) mai eccessiva e sguaiata. La democrazia italiana ha funzionato finora come un motore a tre tempi, a due tempi e a un tempo: in tempi di Guerra fredda, funzionava con un quadripartito di centro, un partito comunista in mezzo al guado in attesa del Sacro Strappo e i neofascisti fuori dell’arco costituzionale; poi col bipolarismo che tutti raggruppava su due poli, e ora con un partitone unico di governo Draghi e la Meloni che occupa con pronto incasso la posizione di opposizione.

Molto noioso. Se provi a spiegarlo in inglese, finisce come i discorsi di De Mita: inutilizzabile, come parametro. Adesso assistiamo alla lenta scorporazione della ex compagine di centro-destra e alla digestione dei voti in fuga dal luna park a Cinque stelle: la giostra chiude, la donna cannone se ne va e le montagne russe sono arrugginite. Ergo, il partito di Berlusconi cerca di riprogrammarsi per occupare lo spazio che gli compete come partito liberale, cercando di riprendersi i pezzi che gli erano stati sfilati da Salvini e dalla Meloni. E in questo transito auspicato di un elettorato errabondo giocano elementi emotivi: la paura dell’immigrato e le pagliacciate violente con simboli fascisti. Queste ultime sono e restano all’ordine del giorno con un elemento di grave sospetto: quello che a qualcuno faccia comodo questo genere di pagliacciate che mettono in fuorigioco Giorgia Meloni favorendo lo spacchettamento del suo elettorato.

Il partito di Salvini sembra aver già ricevuto la sua prima dose di trauma con la vicenda sordida e banale del povero Luca Morisi che si è trovato con la classica dose di cocaina aggiuntiva in casa e liquido strano, forse detersivo.
Il fatto che anche la ministra dell’interno Lamorgese abbia detto proprio ieri di non aver voluto far eseguire arresti dalle forze dell’ordine “per evitare rischi” avvalora l’ipotesi di una strategia utile per lo spacchettamento dei voti. Sta di fatto che l’annuncio di voler andare ad espugnare la sede della Cgil è stato gridato a Piazza del Popolo due ore prima che lo scioccante evento si verificasse, ma a difendere la sede della Cgil non è stato mandato alcun contingente di polizia. Perché? Come mai? Per evitare rischi, dice la Lamorgese. Uno chiede: rischi di che? Nessuno risponde.
I numerosi fatti di cronaca avvenuti a ridosso delle elezioni della grande tornata amministrativa sembrano avere una direzione e un verso: quello della scomposizione dell’elettorato di destra per favorire l’indebolimento di Salvini e della Meloni e promuovere un ritorno “al centro” del borghese piccolo piccolo che aveva fatto sogni brutti portandolo a votare per dei leader radicali di destra che adesso gli appaiono sempre meno desiderabili.

In una frazione di tempo molto breve, si presentano al mattatoio tutti i portatori di handicap radicali e riottosi, dagli ex forcaioli a cinque stelle all’estrema destra che in realtà non è affatto di destra. Perché non è di destra? Perché il partito di Giorgia Meloni parte dalla politica “sociale” della tradizione fascista che nei comportamenti sindacali e di vicinanza alle periferie è semmai di sinistra. Quindi tutto indica che il processo di trasformazione della politica è in grande fermento e che in particolare Silvio Berlusconi sembra in pole position per il recupero al centro. Anche Renzi è in una posizione utile per ricevere il rientro di voti espressi da questioni emozionali e il Pd conta sulla stessa riconversione. Sarebbe utile al Paese e alla democrazia una ripresa della politica politicante liberata dalle zavorre del voto riottoso, infelice e reattivo?

Ovviamente dipende dai gusti, ma non ci vuole un genio per capire che l’Europa che concede all’Italia un tesoretto per tornare fra le grandi nazioni moderne uscendo dal Medioevo della decrescita felice, guardi al processo in corso con favore. Non perché ci sia una volontà di rivedere in giro la Democrazia Cristiana dei tempi della Guerra fredda, ma perché l’Europa intera si sta predisponendo alle enormi novità che discendono dal disimpegno americano, dall’impegno comune contro la Cina, dallo sganciamento da una politica filorussa. Siamo per ora ai primi segnali di conversione e naturalmente la strada è lunga. Ma il tempo è breve e questa è una delle ragioni per cui Mario Draghi sembra correre dritto come una spada senza guardare in faccia nessuno.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.