Nei primi commenti apparsi sui risultati delle elezioni amministrative di domenica e lunedì (che hanno preso in considerazione però solo gli esiti delle grandi città) si è spesso sentito parlare di “svolta politica”. È un po’ esagerato. Per vari motivi. Anzitutto perché si è trattato, come si sa (ma talvolta si tende a dimenticare), di consultazioni per Sindaci e consiglieri comunali, in cui le logiche di voto sono spesso diverse da quelle adottate alle elezioni per il parlamento nazionale. Si prenda il caso di Milano.

Ancora pochi mesi fa, il centrodestra era dato vincente (o con ampie possibilità di vittoria) con la candidatura di Gabriele Albertini. E ieri, con un candidato diverso (e meno azzeccato), il centrosinistra ha invece vinto al primo turno. È solo un esempio – se ne potrebbero fare tanti altri – per sottolineare come, in questo genere di elezioni, il voto sia spesso più legato alla persona che al partito. E tenga in considerazione anche molti temi di rilevanza locale. “Proiettare” sic et simpliciter i risultati emersi domenica e lunedì come indicatore del clima politico che si respira a livello nazionale può indurre dunque a errori: è una operazione che va effettuata, se proprio si vuole, con molta cautela. Anche perché sono numerosi gli esempi, nel passato recente del nostro paese, di risultati di amministrative sovvertiti dagli esiti delle politiche tenute relativamente poco tempo dopo. Nonostante queste necessarie puntualizzazioni, vi sono alcune indicazioni politiche che comunque emergono dal voto.

La prima è quella che è stata più sottolineata dai media: l’indubitabile sconfitta del centrodestra. Occorre precisare però che se è vero che la causa forse principale è stata la tardiva e poco accurata scelta dei candidati “civici” (inevitabile, data l’impossibilità di convergere unitariamente su candidati “politici”), essa non è l’unico fattore ad avere contribuito alla debacle del centrodestra. Ha pesato anche – e molto – la errata scelta di alcuni temi della comunicazione a livello nazionale. Come, in certi casi, l’ostilità al green pass (quando la maggioranza della popolazione è decisamente favorevole, come peraltro mostrano tutti i sondaggi) o una qualche simpatia verso i no vax (idem) o la riproposizione della questione degli immigrati come cruciale (in un recente articolo su Repubblica, Ilvo Diamanti ha mostrato come la “paura” nei confronti degli immigrati si sia praticamente dimezzata in un anno). Oggi i temi di cui gli italiani vogliono sentire parlare sono altri e riguardano principalmente l’economia e, in secondo luogo, la salute. Anche se talvolta meno presenti sui social (e forse per questo meno raccolte dalla propaganda di qualche forza politica), queste sono le tematiche che stanno più a cuore alla popolazione. Comporre l’agenda della comunicazione basandosi unicamente sui social – come qualche leader ha fatto – si è rivelato un errore.

La accentuata litigiosità interna del centro destra lo ha ulteriormente penalizzato. Il continuo confronto tra Lega e Fdi – spesso in competizione tra loro su temi comunque ostili al governo Draghi, malgrado il Carroccio ne faccia parte – ha allontanato i voti degli elettori più collocati al centro che, in molti casi, hanno preferito astenersi (anche, certo, per lo standing inadeguato dei candidati). Ma, malgrado gli evidenti effetti negativi, la “gara” prosegue ancora: subito dopo il voto, Giorgia Meloni ha preferito sottolineare il buon successo relativo del suo partito (che indubbiamente c’è stato, indebolendo ancora, se ce n’era bisogno, la linea salviniana della Lega “di lotta e di governo” e accentuando lo scontro tra il “Capitano” e Giorgetti), piuttosto che indagare sulle ragioni della sconfitta dello schieramento.

La leader di Fratelli d’Italia rischia così di dirigere una forza sempre crescente sul piano dei consensi, ma, a causa dell’assenza di una politica delle alleanze, mai coinvolta negli organismi di governo: un po’ come Marine Le Pen in Francia. Ma c’è stata anche – ed è il secondo dato importante da sottolineare – la pesante sconfitta del M5S. Che ha avuto un crollo di voti, peraltro previsto dai sondaggi, perdendo la guida di Roma e Torino. È il segnale della fine del populismo in Italia? Molti indizi, non solo nel nostro paese, suggeriscono che le tensioni populiste stiano attraversando un periodo di ridimensionamento. Ma occorre ricordare che nel nostro paese la voglia di forze politiche “nuove” e “diverse” è sempre presente, sia pure allo stato latente in questo momento ove i problemi principali sentiti dai cittadini riguardano, come si è detto, soprattutto l’economia e, in secondo luogo, la salute.

Resta il fatto che i 5stelle non solo hanno perso una considerevole quantità di voti correndo da soli ma, quando, come a Napoli, hanno sperimentato l’alleanza con il Pd (che, secondo alcuni dovrebbe diventare strategica) si sono dimostrati numericamente irrilevanti nella conquista del successo del candidato del centrosinistra, che avrebbe vinto comunque, anche senza di loro. La contrazione dei 5stelle non può non avere effetti politici sulle strategie di alleanza del Pd: da partner principale, i grillini sono diventati in qualche modo accessori (molti dei loro elettori del passato si sono già rifugiati nella nuova “casa” del Pd ed è probabile che questo travaso si accentui in futuro), allontanando però con la loro presenza, una potenziale area di centro. Letta dovrà riflettere bene su quale strada imboccare.

Considerando anche che l’ottima performance di Calenda a Roma, pur escludendolo dal ballottaggio, ha mostrato, se ce n’era bisogno, l’esistenza e l’importanza di un’area di centro che appare spesso determinante (e che lo sarà senz’altro nel secondo turno di voto). La politica delle alleanze sarà decisiva per il futuro del centrosinistra guidato da Letta (che, anche grazie alla vittoria a Siena, esce rafforzato da queste elezioni). Che non può però cullarsi negli allori. Anche perché occorre sottolineare che se è vero – e indubitabile – che il centrosinistra ha vinto, è vero anche che ciò è probabilmente accaduto più per demeriti del centrodestra che per meriti propri.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino