Ricordate quando Silvio Berlusconi si precipitò a Napoli per la chiusura della campagna elettorale del candidato sindaco Gianni Lettieri? Era la primavera del 2011. In dieci anni tante cose sono cambiate, ma quella che più colpisce è una: se prima il centrodestra considerava Napoli il proprio avamposto nel Mezzogiorno, oggi la ritiene poco più di una battaglia persa sulla quale, di conseguenza, non conviene mettere la faccia. Non si spiega altrimenti la scelta dei leader di Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia che domani, nell’ultima giornata di campagna elettorale per le comunali, saranno al fianco dei candidati sindaci di Milano e di Roma, ma non di quello di Napoli. In altre parole, Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Matteo Salvini tireranno la volata a Luca Bernardo e a Enrico Michetti, ma non a Catello Maresca. Per il pm, dunque, niente palco in piazza del Plebiscito e nessun Berlusconi a incoraggiarlo davanti a migliaia di militanti, ma solo un tour tra i quartieri di Napoli assieme ai leader locali dei partiti.

Tutto ciò che cosa vuol dire? Che il progetto di rilancio del centrodestra attraverso l’apertura alla società civile è fallito prima ancora di essere sottoposto al giudizio dei napoletani, vittima del dilettantismo e delle faide che hanno portato all’esclusione di due civiche e della lista della Lega dalla prossima tornata elettorale. E che, di conseguenza, all’indomani del voto il centrodestra si troverà ancora una volta ad affrontare i problemi che l’hanno paralizzato negli ultimi tempi: dalla mancanza di una classe dirigente al rapporto con la società civile, passando per la posizione su temi cruciali come il garantismo. E a nulla valgono le parole di Maresca che ieri, prima di annunciare che sull’esclusione delle sue liste indaga la Procura, ha tentato di giustificare l’assenza di Tajani, Meloni e Salvini spiegando come il suo sia «un autentico progetto civico» e come i leader nazionali dei partiti, non potendo «essere ovunque contemporaneamente», abbiano preferito «luoghi dove c’è un progetto politico».

L’assenza dei big del centrodestra è ancora più evidente se si pensa che, sul fronte opposto, al fianco del candidato sindaco di centrosinistra Gaetano Manfredi ci saranno il ministro Andrea Orlando per il Partito democratico e il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte. Anche in questo caso il senso della scelta è chiaro: Napoli è l’unica grande città al voto in cui democrat e pentastellati sono alleati e, di conseguenza, un eventuale successo di Manfredi sarebbe un buon viatico per replicare quel patto a livello nazionale nel 2023. Per Conte, inoltre, c’è una motivazione in più. L’ex premier non se la passa proprio bene ultimamente, sicché un eventuale successo del patto Pd-M5S a Napoli lo aiuterebbe a zittire molti contestatori all’interno e all’esterno della sua stessa coalizione di appartenenza.

Qual è, dunque, la prospettiva per i napoletani? In caso di vittoria di Manfredi, sarebbe ancora una volta quella di una democrazia “azzoppata”, cioè quella di un Consiglio comunale caratterizzato da un’opposizione inconsistente perché ridotta ai minimi termini e di una maggioranza percorsa da conflitti più o meno evidenti. Un film già visto, a Palazzo San Giacomo, e senza lieto fine per chi vive e lavora nella terza città d’Italia.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.