Vale la pena di tornare brevemente sugli esiti delle recenti elezioni amministrative, per evidenziare, dopo i commenti “a caldo”, alcuni altri fattori significativi. Anzitutto, ci piace sottolineare che, per questa volta, i sondaggi hanno funzionato abbastanza correttamente. L’unica défaillance si è manifestata nel caso di Torino, ove era stata prevista una performance migliore per il centrodestra e ove, invece, il centrosinistra ha prevalso già al primo turno e potrebbe vincere il ballottaggio. Per il resto, si può dire che la grave sconfitta del centrodestra era stata ampiamente annunciata già almeno tre settimane prima del voto. Forse, se Salvini avesse dato un’occhiata più attenta ai sondaggi (anziché fidarsi solo dei social media…) avrebbe potuto mutare i toni della campagna (ma, certo, non i candidati così malamente individuati) almeno negli ultimi giorni.

Nessuno però aveva previsto in anticipo la misura (imponente) dell’astensione. Occorre tuttavia prestare attenzione all’interpretazione di questo fenomeno. Si è parlato al riguardo di un indicatore della disaffezione degli elettori verso la politica. Ora, è vero che il distacco e talvolta il rancore dei cittadini esiste – e il successo a suo tempo del M5S ne è una prova – e certo persiste. Anche se forse in dimensioni meno accentuate di qualche anno fa: molti, di fronte alla disastrosa performance dei grillini al governo del paese, hanno finito col ritenere che la “casta”, se formata da esponenti comunque esperti e qualificati, è comunque meglio di persone inesperte e confuse. Ma l’atteggiamento degli elettori verso la politica in generale non ha costituito in questo caso la causa principale della forte astensione registratasi in questa occasione. Questa volta non si è trattato prevalentemente di generica disaffezione, ma di una scelta di campo molto precisa. Alle amministrative, infatti, l’astensione ha avuto un connotato prevalentemente politico e ha colpito particolarmente il centrodestra. Per i motivi che sono stati più volte sottolineati in questi giorni (errata scelta dei candidati “civici”, campagna elettorale su temi poco graditi e comunque poco interessanti per gli elettori, ecc.), i votanti tradizionali dei partiti di centrodestra (e, in particolare, quelli della Lega) hanno preferito evitare di optare per questi ultimi e, non volendo comunque dare il loro consenso al centrosinistra, si sono astenuti.

I flussi elettorali (meritoriamente calcolati come di consueto dell’Istituto Cattaneo per diverse città) e anche la semplice comparazione dei risultati con quelli delle elezioni precedenti lo confermano: l’astensione ha riguardato quasi totalmente l’elettorato di centrodestra e una quota di coloro che votavano M5S. E si è verificata in misura maggiore nelle zone delle città ove il centrodestra era più forte in precedenza. Al riguardo, occorre ricordare nuovamente che questa volta la scelta dell’elettore era basata prevalentemente sulle figure dei candidati sindaci, assai più che sulla preferenza di partito. Non sappiamo cosa sarebbe successo se a Roma si fosse candidata Giorgia Meloni in persona. Ma è stata soprattutto l’insufficienza dei candidati del centrodestra (peraltro ammessa in questi giorni dagli stessi leader dei partiti di quest’area) che ha spinto al non voto. Non si tratta di un caso isolato e ne abbiamo una prova “al contrario” in Francia: qui, alle ultime elezioni per i sindaci, i candidati i socialisti e quelli della destra liberale hanno avuto un gran successo, nonostante i loro rispettivi partiti siano in via di sparizione a livello nazionale.

Ma parlare, come abbiamo fatto sin qui, del centrodestra in generale è generico e forse fuorviante, data la eterogeneità di quest’area e, soprattutto, le sue divisioni interne. Fratelli d’Italia, a livello dei voti di lista ha avuto, dopotutto, un buon risultato. Ottiene più voti della Lega a Roma, Torino, Bologna e Trieste. E non è tanto distante dal partito di Salvini nemmeno a Milano: il temuto “sorpasso” nel capoluogo lombardo non c’è stato, ma ci è andato vicino: la distanza è di un solo punto percentuale. Malgrado l’indubitabile successo in termini di consensi, tuttavia, Giorgia Meloni ha un grosso problema. Se non riesce a instaurare un vero rapporto di alleanza con gli altri partiti di centrodestra, rischia di rimanere isolata. E di non arrivare mai al governo: un po’ come la Le Pen in Francia o come il Pci dei tempi andati. Anche Berlusconi ha avuto qualche soddisfazione: Occhiuto in Calabria, certamente il sindaco di Trieste e a un ballottaggio difficile ma aperto a Torino. Il fatto è che i candidati di Berlusconi sono appaiono in generale più “presentabili” anche perché sono centristi e non sovranisti. Insomma, il vero sconfitto di queste elezioni è Salvini. I dati (ad esempio quelli calcolati da Roberto D’Alimonte) sono assai significativi: nei 118 comuni sopra i 15.000 abitanti il PD ha ottenuto il 19% contro l ’11,1 di FdI e il 7,7% della Lega.

Ma, se è vero che, anche a causa delle astensioni, il dato prevalente delle consultazioni amministrative è stato la sconfitta del centrodestra, non è scontato che si sia trattato, dall’altra parte di una “vittoria” del Pd e del centrosinistra in generale. Per le stesse ragioni: le motivazioni di voto hanno riguardato più i candidati che i partiti. Tra i successi più rilevanti, vi sono stati, a Milano e Napoli, quelli di Sala e Manfredi, entrambi eletti al primo turno. E nessuno dei due è del Pd. Quest’ultimo ha avuto solo la buona idea di sostenerli. In realtà, nei sei comuni capoluogo di regione. le sue liste sono rimaste ferme al 22,1%, cioè alla stessa percentuale delle precedenti amministrative, sia pur con meno votanti. In altre parole, il partito di Letta non scende ma nemmeno cresce. E lo sperato afflusso di voti da parte di ex elettori dei 5stelle non c’è stato, se non in minima parte. Molti di costoro hanno preferito astenersi.

Come si è già sottolineato, il problema del Partito Democratico è quello delle alleanze. E potrebbe essere una illusione pensare che basti allearsi con le declinanti (e irrilevanti, come a Napoli) 5 stelle e con il centro ancora da costituire. Certo il risultato di Calenda a Roma è di grande rilievo, ma bisognerà aspettare per capire se i cespugli riusciranno a fare un boschetto. E poi c’è una questione territoriale: le alleanze vanno fatte sia al Sud che al Nord. E, se è vero che Silvio Berlusconi riuscì a suo tempo a fare accordi molto differenti (e con partiti nemici) nelle diverse aree del Paese, questo non sembra più ripetibile oggi.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino