La candidatura di Mario Draghi al Colle piomba su Arcore come un fulmine a ciel sereno. Temuta, paventata, scongiurata, è infine arrivata. Mandando di traverso i preparativi del pranzo di Natale nel celebre piano di sotto di casa Berlusconi, quello delle romanzatissime cene. Berlusconi, che l’ultima volta aveva salutato l’amico Mario a colpi di pacche sulle spalle, stavolta prende la rincorsa per rafforzare il colpo: «È un merito nostro se abbiamo sperimentato, con Draghi, l’unità nazionale. Il premier dovrebbe continuare a governare il Paese fino alla scadenza naturale di questo Parlamento», dice chiaro e tondo.

Si capisce quanto mal digerisca la conferenza stampa cui ha assistito ieri. E condivide subito con Salvini il dissapore. «Bisognava remare tutti in una direzione, tenendo fuori il premier dalla competizione», è il ragionamento che uno dei suoi sintetizza per noi. Ma il premier, che è andato a scuola dai gesuiti, ha capito qual era il momento giusto per mettere la palla in rete, sollecitato (e solleticato) dai giornalisti. Senza sbavature, si è messo a disposizione del Parlamento per dare forza alle istituzioni. E vagli a dire di no. Il centrodestra sulle prime reagisce male. Salvini prova a fare il democristiano a sua volta: «Il Paese sta attraversando momenti difficili. Ogni incognita nei prossimi mesi è un rischio. La stabilità di cui tutti parlano è un valore aggiunto». Quanto poi a Giancarlo Giorgetti presidente del Consiglio, ipotesi che ha iniziato a circolare con forza, il leader leghista scrolla le spalle: «Non fatemi commentare ipotesi vostre, di voi giornalisti. Lo ha smentito lo stesso Giorgetti». Ma smentire il futuro è sempre complicato e di questi tempi, ancor di più.

Da noi contattati, i vertici della Lega si trincerano dietro un prudentissimo silenzio. “Parlerà Salvini”, ci dicono da via Bellerio. Lui fa sapere che incontrerà Draghi prestissimo, “nelle prossime ore”. L’incontro è stato sollecitato dallo stesso Salvini, ufficialmente “per parlare dell’aumento delle bollette”. Tema importante, anche se nell’agenda istituzionale le uniche bollette cui si guarda sono quelle intestate al futuro inquilino del Quirinale. Tanto che il leader leghista, circondato dai microfoni, se ne tira fuori: «Se dopo le parole di Draghi cambia qualcosa per noi? Dovete chiederlo a Berlusconi, perché il candidato in pectore è lui». E poi tira il sipario: «Del Quirinale parleremo a gennaio», chiude Salvini. Come se gennaio non iniziasse tra pochi giorni.

Giorgia Meloni per Fdi conferma che Draghi si è candidato e sembra quasi volersi godere l’evoluzione della situazione, pop-corn in mano. «Più che una conferenza di fine anno quella di Draghi è sembrata una conferenza di fine mandato e questo spiegherebbe anche gli applausi e la ‘commozione’ dei giornalisti. Dal premier due ore e mezza di auto celebrazioni: dice tra le righe che i suoi obiettivi sono stati raggiunti», con una postilla che la leader dell’opposizione non poteva far mancare: «Ma questo non ci risulta da nessuna evidenza». Il suo incontro riservato con Letizia Moratti rimane nota dolente dello spartito della coalizione, e ieri tra le mani dei cronisti è passato anche un “pizzino” con i nomi di cui il centrodestra, dietro le quinte, sta discutendo. C’è il nome di Marcello Pera e quello della Moratti, ma anche quello di Gianni Letta e di Giuliano Amato, oltre a quelli di Elisabetta Casellati e Pierferdinando Casini. «Di idee per il Quirinale ne ho tante, in testa», si è lasciato sfuggire Salvini a fine serata, stremato dall’assedio delle telecamere. E le voci dal sen fuggite sono sempre le più veritiere.

Rimane spazio per i centristi di Coraggio Italia, che tra Draghi e Berlusconi non fanno mistero di preferire il primo a scapito del secondo. E guardano a Italia Viva per costruire un asse trasversale. «Il centrodestra da solo non ha i voti per eleggere il presidente – sottolinea il leader di CI e governatore ligure, Giovanni Toti -. Con Renzi e con tanti altri il dialogo può essere su più temi, a partire dalla scelta per il Quirinale che deve riguardare una personalità che possa rappresentare la parte più ampia del Paese. Un altro pezzo di dialogo riguarda la necessità di una nuova legge elettorale. E poi c’è la volontà di dare all’esperienza dolorosa della pandemia una risposta politica sobria nei toni, approccio che è proprio dei partiti centristi. Ancora nulla di concreto, per ora, ma io vorrei un’aggregazione che sia un grande contenitore federale e con liberali, socialisti riformisti e popolari».

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.