Un Paese appeso alla “variante frasetta”. Ovverosia quell’esercizio di stile e di retorica, di virgole e dizionario che uscirà dal vertice di oggi tra il centrodestra e Mario Draghi. “Frasetta” che potrà far dire a Salvini “abbiamo vinto, non aumentiamo le tasse”. E al governo di andare avanti con la delega fiscale comprensiva di riforma catasto. Così com’è, senza alcuna rinuncia o variazione sostanziale rispetto al testo approvato in Consiglio dei ministri a fine ottobre scorso. Fedele, quindi, a quanto ripetuto dal premier nell’ultima conferenza stampa: “La Lega è contraria? Andiamo a contarci. Abbiamo già vinto due volte, vediamo che succede alla terza”.

Una frase sfidante che ha mandato in bestia Matteo Salvini e messo in allarme il vertice della Lega. E di Forza Italia, pure lei allineata – e come potrebbe non esserlo – al partito dei “giù le mani dalla casa”. E chi la tocca, infatti. Anzi: la delega fiscale, così com’è, non prevede da nessuna parte un aumento della tassazione. Nel Def approvato la scorsa settimana le stime vedono la pressione fiscale in calo: -0,4% nel 2022 fino al -1,3% fissato nel 2025. Nel 2021 siamo stati al 43,5%, nel ’25 dovremmo essere al 42,2%. Questo il quadro in cui oggi, a fine mattinata o nel primo pomeriggio, comunque dopo il consiglio dei ministri, Mario Draghi riceverà a palazzo Chigi Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi. Già, i centristi di Lupi: nei primi due voti in Commissione Finanze sulla riforma del catasto, il deputato Colucci (di Noi con l’Italia, cioè Lupi) ha fatto “vincere” la maggioranza per un punto.

Poi, la scorsa settimana, di fronte all’ennesimo stallo, la Lega ha chiesto un riconteggio dei membri della commissione alla luce di cambi di casacca vari. Ed è uscito che la Lega aveva diritto ad un deputato in più. A quel punto la Commissione è arrivata alla parità esatta, 23 a 23. Che vuol dire stallo. Da qui, anche, la sospensione delle sedute. Fino al vertice con Draghi. Il mood ieri alla Camera, dove si votava la fiducia al decreto energia, era del tipo: “Prevarrà il buon senso, non può essere altrimenti”. Anche perché, ragionava nel pomeriggio un deputato di Forza Italia: “Ma dove andiamo senza San Draghi a palazzo Chigi a fare opera continua di mediazione? Chi si mette sul petto una crisi di governo con l’inflazione che galoppa, la guerra in Europa, la crisi energetica, la recessione alle porte in Europa ma anche in America?”. Eh, già, chi va a mettere le mani in questa tempesta perfetta? “E c’è anche da stare attenti ad alzare continuamente bandierine elettorali – confidava la stessa fonte – perché mi pare che Draghi sia stanco, preoccupato e non abbia più alcuna voglia di perdere tempo con le beghe di cortile…”. Che non sono riguardano solo la delega fiscale ma anche la giustizia.

Da qualche giorno sui giornali di destra ma non solo si leggono retroscena che indicano la data del 19 aprile come quella in cui potrebbe succedere l’inverosimile: le dimissioni di Draghi. Del resto è già successo che il premier salisse al Colle un paio di settimane fa, quando Giuseppe Conte aveva imbastito un can can inesistente se non a fini di consenso elettorale sulle spese militari. Ecco, sulle maggiori tasse siamo più o meno allo stesso copione. Solo che il fronte della guerra in Ucraina va peggiorando invece che migliorare. E lo scenario di un Vietnam in Europa, con buona pace dei filoputunisti e dei pacifisti per cui la resa dell’Ucraina sarebbe la soluzione, complica la vita a tutti. Fonti di governo smentiscono categoricamente ipotesi di crisi di governo. “Tutte sciocchezze, non esiste da nessuna parte che Draghi lasci nel mezzo di una guerra e di una crisi economica e sociale di queste dimensioni. Se qualche forza di maggioranza vorrà insistere su tasse che non esistono, si assumeranno loro la responsabilità di una crisi di governo. E lo spiegheranno anche ai propri elettori”.

Così, alla fine, la drammatizzazione sulla delega fiscale rischia di diventare un cul de sac per lo stesso centrodestra: “Come ne usciamo?” cominciava a sussurrare qualcuno ieri nei capannelli della Lega. Perché, a dirla tutta, se domenica il primo turno in Francia fosse andato meglio per Marine Le Pen, Salvini si sarebbe sentito più forte grazie all’amico Orban e alla cara Marine. Ma il populismo, sempre vivo e vegeto, non riesce a sfondare. E con lui il filoputinismo. E anche Salvini e tutto il suo cerchio magico. Nel merito i nodi da sciogliere per il centrodestra sono tre. Il primo: la riforma del catasto. Dicono Bitonci e Gusmeroli, gli operativi per la Lega: fare la fotografia del patrimonio immobiliare esistente, compresi immobili fantasma e fittizi, “vuol dire aumentare il valore catastale della casa e quindi un inevitabile aumento delle tasse. Non solo, poiché riguarda anche la prima casa, ci potrebbero essere conseguenze sull’Isee e quindi un aumento di spesa per asili, scuolabus, mensa e assistenza sociale”. Insomma, l’articolo 6 andrebbe tolto del tutto o in parte.

Un secondo nodo è “l’introduzione del sistema duale sulla riforma in generale dell’Irpef, che concentra le cedolari prima in due aliquote e poi in una unica: questo può comportare l’aumento delle tasse sui canoni convenzionati attualmente al 10%, sui titoli di Stato attualmente 12,50% e sulla cedolare sugli affitti abitativi liberi attualmente al 21%”. Il terzo nodo riguarda il metodo: poiché la legge delega “è assolutamente generica, poche pagine per riformare l’intero sistema fiscale italiano, abbiamo chiesto che i decreti attuativi diventino legge previo parere vincolante del Parlamento”. A questo elenco di criticità, palazzo Chigi ha già risposto più e più volte, con comunicati scritti e negli interventi di Draghi in Parlamento, spiegando che “non è previsto alcun aumento di tassazione sulla casa”. Primo perché la riforma prende cinque anni e “fino al 2026 non sarà possibile applicare nuove tasse agli immobili”. Chi governerà nel 2026 deciderà cosa fare con i nuovi dati a disposizione che non vengono aggiornati dal 1988. Per cui, già oggi, alcune case in periferia ma nuove, pagano molto di più del piano attico in pieno centro ricavati da qualche vano tecnico trasformato e sanato.

“Il governo non ha alcuna intenzione di aumentare le tasse” ha precisato Palazzo Chigi con un comunicato scritto anche la scorsa settimana. Il presidente Draghi ha precisato che “il provvedimento non porta incrementi sull’imposizione fiscale degli immobili regolarmente accatastati. Nessuno pagherà più tasse. Il governo non tocca le case degli italiani. E lo stesso sarà per gli affitti e per i risparmi”. La mediazione, chissà, potrebbe essere passare anche da questa frase che, già detta e scritta, potrebbe essere esplicitata nel testo della delega. Il punto insomma è trovare qualcosa per cui Salvini, Tajani e Meloni possano dire, “avete visto, ci hanno dato ascolto”. E al tempo stesso tenere il punto sulla posizione di Draghi che non intende retrocedere dalla doppia mission: riforma fiscale e riforma del catasto.

Poi il premier tornerà ad occuparsi del paese, delle famiglie e delle imprese. Della guerra e della ricerca del gas. Al momento non sono previste misure eccezionali di razionamento delle fonti di energia, un altro tema che alcuni giornali amano buttare in pasto al “dibattito” per aumentare la paura. I tecnici e il governo monitorano passo passo – e già da gennaio – la situazione. Una cosa è certa: non ci possiamo permettere di fare a meno del gas russo “almeno per tutto il mese di aprile”.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.