Tutti dicono: “Alla fine prevarrà il buon senso”. Vedrete, aggiungono altri, “si troverà la soluzione, bisogna aver fiducia”. Non parliamo del tavolo di mediazione Russia-Ucraina su cui invece pochi sfoggiano ottimismo. Ma della italianissima guerra al fisco. E al catasto. Una guerra – è bene dirlo – senza senso. Perché l’unico senso potrebbe risultare indicibile: proteggere i proprietari di immobili fantasma su cui non si paga un euro di tasse e i proprietari di capanni sul mare diventati villette o stalle diventati centri benessere. Ma anche chi ha una casa in centro tassata pochissimo perché il catasto è fermo agli anni sessanta e chi ha una casa in periferia tassata molto perché di recente costruzione. Tra immobili fantasma e il resto è stato calcolato un mancato introito pari a circa sei miliardi. Ma sono stime molto in difetto. Sei miliardi che potrebbero essere investiti in taglio dell’Iva. Ad esempio.

Mercoledì sera Mario Draghi, nella conferenza stampa post Def, chiedeva alla sua maggioranza “unità” e “capacità di esprimere un chiaro indirizzo politico ed economico” perché il paese è “disperato”, la variabili sono tante, “ad essere pessimisti si sbaglia meno che ad essere ottimisti” e i cittadini hanno bisogno di sapere che vengono guidati con responsabilità. Da una squadra di persone che cerca di fare la cosa giusta. Un’ora più tardi la nobilissima Sala della Regina della Camera che ospita le sedute della Commissione Finanze dove è incardinata la “famosa” legge sulla delega fiscale, andava in scena l’esatto opposto di ciò che Draghi aveva testé auspicato. Microfoni divelti e lanciati così come i volumi della legge. Altri fogli fatti volare via dalla scrivania del presidente Luigi Marattin (Iv). Gli agit pro sono stati l’ex sottosegretario Alessio Villarosa, ex 5 Stelle e ora Alternativa c’è, e il meloniano Marco Osnato. Due tipini garbati che siedono nei banchi dell’opposizione. La colpa di Marattin? Aver rinviato le votazioni in una situazione in cui la maggioranza stava consumando una frattura che sarebbe stato poi difficile recuperare. Prendere tempo, per due partiti di opposizione come Fdi e Alternativa c’è il cui unico obiettivo ogni santa mattina e mandare sotto il governo in qualche votazione, è come dire togliere il bicchiere d’acqua all’assetato. E questo è quello che ha fatto Marattin.

La palla finisce, anche questa, sulla scrivania di Draghi. Il quale deve occuparsi di trovare gas e altre materie prime, tenere a bada l’inflazione, dare risorse al ceto medio-basso che non riesce a pagare le utenze domestiche, dare “fiducia” al paese, scuotere i 27 e ricordare che servono risposte comuni, portare avanti il Pnrr e tenere sempre un occhio sui contagi. “Le battaglie identitarie (dei partiti, ndr) hanno come effetto collaterale – disse sempre Draghi quella sera – che le istituzioni non riescono a rispondere alle necessità del paese. È una questione di priorità quindi? Prima il consenso del partito o il paese? Io sono convinto che alla fine il buon senso e lo spirito costruttivo prevarrà”. E invece siamo allo stallo. Anzi, al muro contro muro. La Commissione è stata sconvocata fino all’incontro con Draghi. Che non è in agenda per ora perché il premier ha una serie di viaggi e colloqui internazionali per trovare nuovi venditori di gas in grado di sostituire la Russia. Ieri è andato avanti il muro contro muro. Diciamola tutta: quello del catasto è anche l’unico modo che i partiti hanno per dire che esistono. Il partito del no alle tasse poi è molto trasversale in Italia.

È tutto fermo, tutto rinviato ad un confronto tra il Presidente del consiglio Mario Draghi. I partiti di centrodestra sono schierati in blocco, da Lega a Fratelli d’Italia passando per Forza Italia dietro un slogan tanto facile quanto sbagliato. “No alle nuove tasse – dicono – il paese vive già grosse difficoltà per la svalutazione e il caro energia figuriamoci se possiamo infliggere nuove tasse alle famiglie e al ceto”. Certo che no, replica secco e per l’ennesima volta Palazzo Chigi, “nessuna nuova tassa, chi è in regola con gli immobili non deve temere nulla. E comunque nessuna variazione fiscale sarà assunta prima del 2026”. “Noi non la votiamo” ha ripetuto ieri Salvini impegnato a Palermo in un’udienza del processo Open arms. “Mi fa piacere che Draghi a parole dica che non vuole aumentare le tasse ma la Lega e il centrodestra non possono votare un documento dove c’è scritto che potranno aumentare le tasse sui risparmi, sui conti correnti, sui titoli di Stato, sugli affitti e sulla casa”. Da Roma replica stizzito il partito Democratico, che accusa leghisti e azzurri di irresponsabilità, di voler mettere in difficoltà il governo in un momento così delicato. “Non ci provare a rivoltare la frittata” gli ha detto Letta. Antonio Tajani prova a smorzare i toni: “Siamo convinti che tutte le mediazioni si possono trovare, basta la volontà”.

Il leghista Gusmeroli, tra i più moderati e tecnicamente preparati insieme a Bitonci, parla di tanto rumore per nulla. Lascia intendere che le cose non sono state spiegate bene. Forse neppure a Draghi, che non può occuparsi di tutto. Basterebbe ricordare al premier, come ha fatto ieri il direttore dell’Agenzia delle entrate Ernesto Maria Ruffini che “già adesso le amministrazioni comunali possono svolgere l’attività di accertamento sugli immobili fantasma e soprattutto l’aggiornamento delle rendite catastali”. Ruffini non ci sta a passare per alibi degli evasori. E peccato che i comuni non lo facciano proprio con la scusa che il catasto è da aggiornare. L’ultima proposta di mediazione come centrodestra prevede di dare “maggiori poteri a Comuni e Agenzia delle Entrate per il contrasto all’evasione e aggiornamento delle micro zone catastali”. Ieri si è alzata, da destra ma anche da sinistra (Stefano Fassina) il suggerimento di gettare la spugna. “Questo è un governo di emergenza, la riforma del catasto non è un’emergenza, è una scelta politica e può essere rinviata”. Come già hanno dovuto fare negli anni i governi Monti e Renzi. Gli evasori ringraziano. Con senso di responsabilità.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.