A Frederick Bolkestein, l’economista olandese papà della Direttiva sulla libera circolazione di beni e servizi all’interno dell’Unione europea, ieri devono aver fischiato intensamente le orecchie. Il paese a lui più “ostile” quale è stato in questi quindici anni l’Italia, si è finalmente adeguato. Ovvero è riuscito a spiegare ai 30 mila titolari di concessioni demaniali in Italia che la libera concorrenza è bella, utile e anche stimolante. Per tutti, dall’imprenditore che ha avuto in affitto a prezzi spesso irrisori le nostre belle spiagge all’ambulante che esercita nei pubblici mercati. In mezzo, molte altre figure di imprenditori che gestiscono beni del pubblico demanio.

Ieri pomeriggio infatti il Consiglio dei ministri ha approvato all’unanimità il testo dell’emendamento cosiddetto “balneari” che riempie il vuoto lasciato in autunno al disegno di legge sulla Concorrenza. La riunione è filata via tutto sommato senza colpi di scena (che qualcuno ha temuto o sperato fino alla fine) in meno di due ore. Al netto di una sospensione di 45 minuti che i ministri, ad iniziare dai 5 Stelle, hanno chiesto per “leggere meglio la norma”. Altrettanto hanno fatto gli altri. Alle 19 il via libera finale. «L’unica preoccupazione – ha chiosato un ministro di centrodestra – mi è sembrata essere quella di non lasciare troppo spazio a Fratelli d’Italia che, senza responsabilità di governo, può speculare e promettere proroghe di altri novant’anni». Da qui il gran da fare di Salvini, Forza Italia e 5 Stelle nel dire che «il testo ha una buona base di partenza perché tutela le imprese italiane ma potrà essere migliorato nell’iter parlamentare».

Trattasi di un mezzo miracolo figlio del cosiddetto “draghismo” a cui si è arrivati con capacità di mediazione e soprattutto molto pragmatismo e altrettanto decisionismo. Una volta che il Pnrr ha imposto di adeguare il nostro mercato interno alla Bolkestein, Draghi ha tentato di approvare la norma già nell’agosto scorso poi in autunno quando fu licenziato il ddl concorrenza orfano però della norma più indigesta: le concessioni demaniali, appunto. In quell’occasione fu deciso di aspettare il Consiglio di Stato che a fine novembre ha dato un altro schiaffo al governo Conte 1 che, in barba alla Bolkestein, aveva prorogato le concessioni dal 2023 al 2033. A quel punto non c’erano più alibi disponibili. Toccava decidere. Già a dicembre il Presidente del consiglio ha incaricato il sottosegretario Garofoli e i ministri Garavaglia e Giorgetti di avviare i tavoli tecnici con le associazioni di categoria. Con cui in pratica è stata scritta la norma. Poi è arrivato Natale e il dossier Quirinale. Archiviato anche questo, Draghi ha chiesto di chiudere perché non c’era più tempo da perdere. E così è andata.

La norma sui “balneari” aveva creato una ferita profonda per vari motivi: tutti i governi dal 2006 a oggi hanno fallito nella mission di far digerire la direttiva Bolkestein ai concessionari demaniali italiani; la concorrenza anche sulle concessioni è uno degli obiettivi chiave del Pnrr, una di quelle riforme must che Bruxelles ci chiede, appunto, da quindici anni. Tanto che se dal primo marzo non ci mettiamo in regola, scattano sanzioni megagalattiche.
Per carità, l’approvazione di un emendamento è solo l’inizio di un percorso parlamentare a questo punto però condiviso da tutte le forze di maggioranza e che dovrà essere concluso entro la fine di quest’anno, decreti delegati compresi. La strada è ancora lunga ma segnata. Dal gennaio 2024 le concessioni saranno tutte messe a gara.

I bandi per la concessione delle spiagge dovranno prevedere «una disciplina uniforme delle procedure selettive di affidamento delle concessioni» sulla base di criteri specifici, tra cui la «valorizzazione dell’esperienza tecnica e professionale già acquisita in relazione all’attività oggetto di concessione o ad analoghe attività di gestione di beni pubblici» e «della posizione dei soggetti che, nei cinque anni antecedenti l’avvio della procedura selettiva, hanno utilizzato la concessione quale prevalente fonte di reddito per sé e per il proprio nucleo familiare». Si tratta di paletti che di per sé proteggono gli attuali settemila gestori degli stabilimenti balneari e che certo non favoriscono i grandi gruppi e le multinazionali interessate ad investire in Italia. Tra i criteri per la gara sono previsti «l’individuazione di requisiti di ammissione che favoriscano la massima partecipazione di imprese, anche di piccole dimensioni, e di enti del terzo settore».

Ci sono criteri temporali: le domande di partecipazione alle gare dovranno essere presentate «almeno trenta giorni prima». Nella scelta del concessionario dovranno pesare «la qualità e le condizioni del servizio offerto agli utenti nell’ambito degli interventi che l’offerente vorrà programmare per migliorare l’accessibilità e la fruibilità del demanio, anche da parte dei soggetti con disabilità». Questi interventi dovranno assicurare «il minimo impatto sul paesaggio, sull’ambiente e sull’ecosistema» e sono preferibili attrezzature non fisse e completamente amovibili. Il senso della direttiva Bolkestein può esser riassunto in poche parole: basta con le posizioni di rendita come quelle che si creano grazie ad affitti demaniali con prezzi più che calmierati e per periodi lunghi anche novant’anni. Occorre mettere quei beni all’asta pubblica ed europea. Libera circolazione di beni e servizi, appunto.

Il problema è che le concessioni demaniali hanno alimentato in Italia un vero e proprio “mercato” chiuso gestito da anni sempre dalle stesse persone senza alcuno stimolo e per migliorare prezzi e servizio. Anzi. Si tratta quindi di mettere finalmente a gara quei beni alzando però quei paletti necessari per tutelare le imprese italiane, per lo più familiari, che negli anni hanno fatto investimenti e salvaguardare i livelli occupazionali. Sono 7 mila i gestori degli stabilimenti balneari, una piccola ma assai potente lobby che in questi sedici anni ha saputo alzare un catenaccio che va da destra e sinistra, da nord al sud del paese.

«Dobbiamo però vedere la questione anche da un altro punto di vista» spiega chi ha lavorato in questi mesi al dossier seguendo i tavoli tecnici con le associazioni di categoria, i ministeri del Turismo e dello Sviluppo economico e il sottosegretario Garofoli. È il punto di vista di sessanta milioni di italiani che combattono da anni con prezzi fissi e spesso molto alti. «A fronte – si spiega – di analoghi servizi resi da Grecia e Spagna a prezzi assai più vantaggiosi con un rapporto qualità/prezzo che col passare del tempo rischia di strangolare il settore turistico proprio in Italia».

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.