Nonostante la bufera nel Movimento 5 Stelle, Draghi sembra avere tutta l’intenzione di rigare dritto e non ci sta a sentirsi sotto tutela. L’Italia, è convinto il premier, risponderà ancora una volta presente alle richieste di aiuto che arrivano da Volodymyr Zelensky e dal popolo di Kiev. “Se l’Ucraina non si difende non ci può essere la pace”, ha ribadito il premier in più di un’occasione e la convinzione resta granitica. Non solo. “I progressi verso la pace si possono fare solo se si va avanti uniti, sia in Italia che in Europa”, è la linea, ribadita dall’inquilino di palazzo Chigi anche a Emanuel Macron e Olaf Scholz in in occasione del viaggio a Kiev. E vale sia per quel che riguarda il dossier energia, con il tetto Ue al prezzo del gas, per la soluzione alla crisi del grano e anche per la risposta da dare sul fronte migratorio.

In Parlamento, però, è su come sostenere la resistenza ucraina che i gruppi si dividono. La riunione tra il sottosegretario agli Affari Ue Enzo Amendola con la maggioranza è andata avanti fino alla tarda serata di lunedì ma la quadra non c’è e tutto è stato rinviato ad oggi, nel giorno in cui alle 15 il premier riferirà in Aula alla vigilia del suo impegno per il Consiglio Europeo.

Il vertice di questa mattina, convocato dal Federico D’Incà e dal sottosegretario Vincenzo Amendola per trovare un accordo sulla risoluzione, procede però a singhiozzo: è stato infatti sospeso e i ‘big’ dei 5 Stelle sono tornati a riunire d’urgenza il Consiglio Nazionale del partito per decidere la posiziona da tenere.

La riunione di maggioranza sulla risoluzione per l’Ucraina “è stata sospesa fino alle 14“, ha spiegato Stefano Candiani della Lega lasciando Palazzo Cenci. “Stiamo aspettando la risposta del governo“, la spiegazione il parlamenta del Carroccio. “Il punto ancora non c’è perché i lavori sono in corso, per questo ci rivediamo alle due“, il commento invece di Davide Crippa, capogruppo 5 Stelle alla Camera

La giornata di ieri

Il vertice di ieri sera era stato preceduto dalla nota ufficiale del Consiglio nazionale M5S in cui i  pentastellati chiedevano “un più pieno e costante” coinvolgimento del Parlamento “con riguardo alle linee di indirizzo politico che verranno perseguite dal Governo italiano nei più rilevanti consessi europei e internazionali, inclusa – viene messo nero su bianco – l’eventuale decisione di inviare a livello bilaterale nuove forniture militari, funzionale a rafforzare il mandato del Presidente del Consiglio in tali consessi”.

Per Giuseppe Conte e il suo stato maggiore, infatti, va considerato “non sufficiente”, il vaglio parlamentare rappresentato dal decreto Ucraina, “che risale ai giorni immediatamente successivi all’aggressione militare russa, e che non tiene conto dei mutamenti nel frattempo intercorsi e delle strategie che si stanno delineando anche a livello internazionale”. Non solo. Il Governo, è la convinzione del Movimento, deve impegnarsi in “una descalation militare in favore di una escalation diplomatica“.

Ma a Draghi il piano B rappresentato da una risoluzione di una sola riga che si limiti a dire “il Senato approva le comunicazioni del presidente del Consiglio” non piace. E Palazzo Chigi non intende nemmeno cedere a perifrasi che rappresentino un “commissariamento” del Governo e una diminutio a livello internazionale.

A tentare la mediazione ieri sera con i rappresentati dei partiti, al primo piano di palazzo Cenci, nell’aula della commissione Politiche Ue, sono stati D’Inca e Amendola. Una prima proposta di mediazione arriva dal dem Alessandro Alfieri ma non convince tutti. Una riflessione più approfondita viene fatta sulla riformulazione avanzata dal capogruppo di Leu alla Camera Federico Fornaro. Si chiede un “maggiore” coinvolgimento del Parlamento, in occasione dei principali vertici internazionali che abbiano all’odg la crisi ucraina.

Amendola – sentito Palazzo Chigi – accorda il passaggio parlamentare prima dei summit, ma sbianchetta la parola “maggiore”. Il nuovo testo impegna il Governo a “continuare a coinvolgere” le Camere. Il M5S dà disco verde, ma a questo punto è Leu a chiedere un passetto in più, avanzando l’ipotesi di eliminare dalla risoluzione il riferimento al decreto Ucraina – già votato dalle Camere – che permette al Governo l’invio di aiuti, anche militari, a Kiev fino al 31 dicembre 2022. È qui che si arriva al muro contro muro. I telefoni si fanno bollenti alla ricerca di un’intesa dell’ultimo minuto, che abbia in calce le firme di tutti i capigruppo in modo da evitare nuove fughe in avanti prima delle comunicazioni del premier in Senato, in calendario per martedì 21 giugo alle 15, ma alla fine la fumata bianca ieri sera non è arrivata.

Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.