Luigi ha tolto la cravatta, poi l’ha rimessa. Vuole fare la rivoluzione, ma anche stare al potere; vuole guardare alla geopolitica ma non conosce l’inglese, l’analisi e i confini, a differenza di un suo antagonista: Alessandro Di Battista. Si perché Di Battista, almeno, ha viaggiato, è stato globetrotter nei luoghi remoti e ha condiviso usi e costumi di popoli lontani e oggi, con l’umiltà di chi ha gli occhi pieni di storie, serve ai tavoli in un hotel a tre stelle mentre Di Maio, l’hotel, lo ha spostato alla Farnesina e lo ha reso un resort cinque stelle con uno staff super pagato, il più pagato di sempre.

Tornando alla cravatta di Di Maio è bene sottolineare che è griffata, sartoriale, così come quelle regalate ai suoi fedelissimi che ora, senza troppi meriti, siedono su poltrone comode del “sistema”. Industrie, istituzioni, enti, cordate. Di Maio ha il suo ‘sistema‘, la sua fitta rete che per ora, si per ora, risponde a lui. Ma le reti son fatte di nodi e questi sono i punti deboli che potrebbero compromettere l’intera rete, come spesso accade. Una rete costruita troppo in fretta, diversa da quella dei grandi politici, dei grandi statisti, appunto.

Di Maio ha assaporato il potere e se n’è inebriato troppo velocemente. Non ha percorsi sudati, sacrifici sui libri ed esperienze dirette. Non ha trovato il tempo di conseguire una laurea… Ci è riuscita pure la Taverna. Ma a lui non interessa. A lui non importa conoscere le dinamiche e le criticità della diplomazia tanto gli scrivono tutto e lui ne fa tesoro e lo racconta. 5 Minuti. Il tempo di un’intervista, poi il vuoto. Rewind. Mancano le basi. Ma c’è un merito, uno almeno, Luigi è un ragazzo del sud, arriva da una terra difficile, una terra che lo ha educato a non arrendersi. E lui non si arrende e, soprattutto, pretende. Combatte contro tutti. Ora anche con Crimi.

“Vito” lo chiama affettuosamente Luigino, mentre sottobanco adotta tutte le misure per riprendersi un movimento totalmente snaturato. Crimi, un uomo serafico, istituzionale, il Caronte di un progetto che vorrebbe trovare una forma e che giorno per giorno si sfrantuma. Tutto il contrario di tutto oramai e la colpa è di tutti ma soprattutto della sete di potere di Di Maio. E attenzione, di lotte intestine Luigi ne ha generate tante: Dibba, Paragone, Fioramonti, Casaleggio, Conte… E la lista continua. Proprio a quest’ultimo, al presidentissimo Conte, non si riesce a fargli guerra. Le ha provate tutte. Veline notturne, rivelazioni inattese, anticipazioni interessanti, ma nulla.

Conte è forte e cresce. E sta cosa non va giù. Non va giù neanche a Augusto Rubei, direttore d’orchestra unico alla Farnesina, che in tutti i modi vuole fregare Casalino. Storia vecchia oramai. Ma Rocco, l’ingegnere, i calcoli li sa fare e abbiamo capito che ha imparato anche l’arte della comunicazione e Conte, nonostante la sua innata aplomb, è un premier amato anche grazie a Casalino. Proprio Rocco è sereno, è arrivato, non ha pretese, si gode il momento mentre Rubei fa il diavolo a quattro. Rincorre il suo obiettivo: la guida di una grande azienda… Anche perché sa che Luigino volge al termine. E Rubei è uno lesto, arguto, uno che fa la guerra per organizzarsi la pace e che a Di Maio lo tiene a bacchetta come teneva altri prima di lui. Ma Luigi lo sa e lo lascia fare. Ha bisogno di una guida e di uno che lo supporti nella guerra. E allora Luigi ci prova. Non si arrende. Vorrebbe Chigi. Lo sogna di notte. Ma a Chigi, caro Luigi, sta bene un docente universitario come Conte. Uno che ha idea della grammatica istituzionale e di quella politica. Uno che non lesina l’intervista internazionale ma gli dedicano una prima pagina (Le Figaro). Uno che è già uno statista senza dover fare la foto col vaso cinese. Conte è forte senza far battaglie e a te, caro Ministro di una Farnesina che non perdona, questa cosa ti fa impazzire. Ma stai sereno. Stai seduto a questo ministero esattamente come stavi al MISE.

Qualche slogan, due battute e passa la giornata. Che importa se su scala internazionale non contiamo nulla e non siamo più una potenza industriale o che ai fascicoli Regeni, Zaki, Paciolla, Forti non sai dare una risposta? Si, una risposta! Perché tocca a te. Sei tu il capo della Farnesina. Quello che parla di tutto e non risolve niente. Quello che vuole affondare i barconi ma che ha battezzato l’invio di due FREMM in Egitto. Rispondi Luigi. Facci un’analisi strutturata sul Maghreb. Non serve lo spot. Serve una risposta da dare a Bruxelles, a New York (palazzo di vetro) e agli italiani.

Ecco, anche questa politica generalista, in cui si dice tutto e non si dice niente, è l’anticamera della fine di Di Maio. Cambiano i tempi caro Ministro Di Maio. Cambiano velocemente e la vecchia “scuola Scotti” non funziona più. Anche se bisogna dare il merito che la “coerenza” è la stessa. Entrambi pronti a sposare l’opportunità. E non ci dica caro Di Maio che lei non è opportunista. Si guardi intorno e faccia un confronto col passato: 10 anni fa. Il Movimento è morto e lei su quelle ceneri ci ha costruito una fortuna. Solo lei. Nessun altro. È finito tutto, ma non lei. Lei no. E ora, quei pochi rimasti nei palazzi stanno facendo esattamente come lei, badano agli interessi propri. Vedi Fraccaro, Castelli, Tofalo. Meteore che non avranno un domani perché non hanno una storia e quella che provano a costruire è vuota di idee e piena di interessi. Ebbene caro Di Maio, Luigi, non sarai mai uno statista perché non sei un buon esempio. Non hai studiato, non hai amministrato, non hai la dialettica che ti permette di essere tale e sei in un luogo che non perdona: la Farnesina.

Non è una critica mossa alla persona, per carità, ma un richiamo alla storia. Al bisogno di cercare e rivendicare modelli politici validi che siano da esempio per i giovani. Per dir loro che i ruoli di vertice richiedono preparazione, studio, sacrificio e tutto questo per dar lustro al nostro Paese. Non basta avere la caparbietà di un ragazzo del sud. C’è il rischio di far cadere il nostro Paese in un baratro, di farci deridere, di cancellare anni di lavoro fatto da grandi politici, industriali, creativi, accademici. E un’ultima cosa, importante: non ostentare battaglie fatte e grandi cambiamenti. Quelli del Movimento restano del Movimento. Di quegli attivisti che credevano in un sogno, in un progetto che tu hai tradito e che il tempo, galantuomo, racconterà alla storia di questo Paese fatto di statisti e politici avventati.

Classe '87 appassionato di politica, calcio e cinema. Da 10 anni racconta la città di Napoli su blog e dal 2020 sul Riformista.