I risultati degli ultimi esami da avvocato, che a Napoli hanno fatto registrare il 30% dei promossi e il 70% di bocciati, ha riacceso il dibattito sull’accesso alla professione forense. Un argomento sul quale la categoria si divide: ci sono alcuni propensi ad abolire l’esame per l’abilitazione alla professione forense, e altri più favorevoli a modificarne requisiti e modalità di svolgimento. Ci sono poi avvocati che puntano l’indice contro l’utilità del praticantato e altri che di fronte alle ultime statistiche di bocciati e promossi non si meravigliano più di tanto perché quei numeri si sono già verificati anche in passato. «Facciamo autocritica al nostro interno in merito al fallimento dell’accesso alla professione», dice l’avvocato Armando Rossi, già presidente dell’Ordine degli avvocati di Napoli e componente dell’Ufficio coordinamento dell’Organismo congressuale forense, organismo politico nazionale dell’avvocatura.

«L’Ocf – spiega – ha elaborato una bozza di proposta di riforma che parte imprescindibilmente dalla riforma del corso di laurea in Giurisprudenza, prevedendo la possibilità di accedere all’esame di abilitazione solo a coloro che abbiano seguito uno specifico percorso di studi».Questa riforma, se accolta, cambierebbe il percorso per approdare alla professione. «In particolare – precisa Rossi – il programma universitario dovrebbe essere articolato, oltre al percorso magistrale, in un corso specialistico, suddiviso tra chi intenda intraprendere le professioni di avvocato, notaio e magistrato e chi intenda accedere ai concorsi presso le pubbliche amministrazioni, potendosi ipotizzare di far sostenere all’aspirante avvocato solo un esame orale ovvero di conservare almeno una prova scritta in aggiunta a quella orale». I pareri degli avvocati su questa proposta sono diversi, e non tutti convergenti. Rossi sottolinea anche l’importanza del praticantato: «Il momento della pratica deve essere effettivo e rigoroso».

Sui social il tema dell’accesso alla professione forense ha stimolato un vivace dibattito. Al centro delle riflessioni una serie di interrogativi: la selezione per esercitare la professione di avvocato va fatta a monte o a valle? La pratica presso uno studio legale ha senso o si limita solo ad adempimenti e file alle cancellerie? Creare una specializzazione all’università può essere utile oppure no? «Benché sia considerata una delle più nobili e rispettabili professioni al mondo, dotata di fascino, carisma e altissimo valore sociale, quella di avvocato ha ricevuto oggi una delle batoste più dure», era stato il commento, l’altro giorno, alla notizia dei risultati degli esami degli aspiranti avvocati a Napoli, di Claudia Majolo, presidente dell’Unione praticanti avvocati. La percentuale di Napoli, corretta della Corte d’Appello di Milano, è tra le più basse d’Italia: se il dato nazionale complessivo fa registrare circa il 42% degli ammessi all’orale, a Napoli si tocca appena il 30%.

«E ciò è assolutamente inammissibile – sostiene Majolo – Tutti i candidati, pertanto, dovranno fare un tempestivo accesso agli atti non solo per visionare i propri scritti ai fini di un eventuale ricorso ma anche per capire quali siano stati i criteri in ordine alle correzioni degli elaborati», commenta la presidente sottolineando le preoccupazioni per il futuro. «Siamo giunti a settembre e dal governo tutto tace. Non sappiamo ancora se il prossimo esame si terrà regolarmente a settembre e, soprattutto, si ignorano del tutto le modalità di svolgimento dello stesso. Ora più che mai si esige una riforma di un esame che svilisce una professione così importante – aggiunge la presidente dei praticanti avvocati – Non dimentichiamo mai, come ebbe a dire il ministro Alfonso Bonafede, che quest’esame di abilitazione è frutto del caso e non è affatto meritocratico. Quindi, cosa si aspetta a cambiarlo? Noi di Upavv ci batteremo in tutte le sedi affinché ciò avvenga, soprattutto in tempi rapidi. L’accesso a questa professione non può essere più demandato a un destino, ancorché beffardo».