«Terra mia terra mia, comm’è bello a la penzà, nun è ovvero nun è sempe ‘o stesso. Tutt’e journ po’ cagnà». Quanto sei bella Napoli, quanto è bello il Sud – ha spiegato direttamente padre Mimmo, il nuovo pastore partenopeo nel suo giorno d’ingresso in diocesi alle autorità venute a ossequiarlo – non abbiamo un destino già segnato. Può cambiare ogni giorno la sorte della nostra terra. Ma dobbiamo cambiarla, tutti insieme. Sono parole di Pino Daniele, cantante amatissimo a Napoli, l’unico forse capace di rivaleggiare negli ultimi anni in fama con Maradona. Don Mimmo le ha scelte per aprire il suo discorso alle autorità nel palazzo della curia a Donnaregina, subito prima della concelebrazione nel Duomo a ranghi ridotti a causa del Covid.

A memoria d’uomo nessun vescovo italiano ha mai scelto un cantautore per un discorso di tale intensità come l’ingresso pastorale in una diocesi. Soprattutto per incontrare le istituzioni, il potere, quello con la P maiuscola. Bisogna risalire a una ventina di anni fa, al vescovo «rivoluzionario» di Caserta, il friulano padre Raffaele Nogaro, per trovare un altro presule con la stessa facilità nel citare poeti, cantanti, filosofi. Un Bergoglio ante litteram Nogaro. È il segno dei tempi. Il segno di Bergoglio. E Battaglia a Napoli sarà quello che Bergoglio ha in mente da sempre per le diocesi italiane, soprattutto per quelle difficili e complesse, come la capitale del Sud, che tanto assomiglia alla sua Buenos Aires. Finora non ci era mai riuscito Francesco. Nemmeno a Bologna, dove c’è forse il pastore a cui più è legato, don Matteo Zuppi. Don Mimmo Battaglia lo avrebbe volentieri scelto per Buenos Aires, la città che più ama. Dopo Roma, ora che è diventato pontefice. Con le parole della canzone Battaglia si è presentato al potere in una terra «sottomessa» alla camorra, dove spesso «la cittadinanza viene non solo negata, ma talvolta anche tolta. Il cambiamento in sé non basta».

Parole dure, forti, ma dette dolcemente: accompagnate da segni. Come la croce di legno indossata sull’abito talare. O i poveri, i senza lavoro, i morti in servizio incontrati ieri mattina, all’arrivo in diocesi. «Il povero non è una categoria – ha detto ai potenti di Napoli – è una persona. Sono i poveri a indicarci la strada del domani». Battaglia è arrivato a Napoli con una missione. Francesco ha preso informazioni quando ha dovuto nominare il nuovo pastore. Tutti gli hanno detto che la scelta era difficile. Il cardinale uscente, Crescenzio Sepe, uomo forte della curia romana ai tempi di san Giovanni Paolo II, era stato innovativo per i suoi tempi. Meno pastore, è stato costantemente ben consigliato.

Aveva saputo guidare la terra più difficile d’Italia, ma anche quella più colma di frutti per la Chiesa. Era diventato un punto di riferimento nel panorama locale. Ma Francesco aveva in mente qualcosa di diverso: voleva dare una speranza al Sud. Un pastore riformista capace di far diventare Napoli e il Mezzogiorno simbolo di rinascita per tutto il Paese. Una linea che non ha mai abbandonato fin da quando scelse Lampedusa come prima uscita pubblica: Sud estremo d’Italia ma Nord e porta dei Sud del mondo. E poi visitando Caserta, la Terra dei Fuochi, dove aveva già stabilito di ritornare: a settembre scorso era fissato il viaggio ad Acerra. Perché la cura del creato viene prima di tutto. E infine gridando no alla ‘ndrangheta, alle mafie, nella piana di Sibari, a Cassano allo Jonio. Il progetto del Papa è semplice. I politici, le autorità, in genere passano: durano pochi anni, uno o due mandati nella migliore delle ipotesi. Difficilmente riescono a progettare una società nuova.

Francesco, come spesso racconta ai suoi presuli, parafrasando l’Antico Testamento, vuole che la Chiesa incida con stilo di ferro nella pietra della società. E allora Battaglia, vescovo giovane, che può rimanere a Napoli almeno tre lustri, può progettare dolcemente il cambiamento del Sud. Testimoniarlo con la sua vita. Perchè «sognare da soli – ha chiosato il nuovo arcivescovo di Napoli – è solo un sogno. Sognare insieme, in strada insieme (un invito rivolto alle autorità), è l’inizio della realtà».