No, i fratelli Demetrio e Francesco Berna non erano “diretta espressione della cosca Libri”. E no, la sentenza emessa in primo grado, che li aveva visti condannati per concorso esterno, non era verità rivelata. I due imprenditori, infatti, sono stati assolti in appello perché il fatto non sussiste, determinando il crollo delle gravissime accuse che gli erano costate l’arresto e l’infamia.

È il 31 luglio del 2019, quando i due fratelli imprenditori vengono arrestati, insieme ad altre 17 persone (fra cui noti politici calabresi) nell’ambito dell’inchiesta “Libro nero” contro la potente cosca Libri. Francesco Berna al momento dell’arresto presiedeva l’Ance Calabria (associazione dei costruttori edili facenti capo a Confindustria), mentre il fratello Demetrio, in passato assessore al Comune di Reggio Calabria, svolgeva l’attività di intermediatore immobiliare. Tutto, per entrambi, finisce quel giorno. Secondo la Dda di Reggio Calabria che coordina l’inchiesta, i fratelli Demetrio e Francesco Berna (il primo accusato di associazione mafiosa, il secondo di concorso esterno) sarebbero “imprenditori di riferimento” della cosca, e, in quanto tali, “da un lato hanno sempre goduto della protezione dei soggetti apicali della consorteria”, riuscendo “ad avviare e far crescere in modo esponenziale le proprie attività imprenditoriali, dall’altro l’hanno, a loro volta, finanziata”.

Il 2 febbraio del 2023 i due imprenditori sono destinatari di un sequestro di beni per 45 milioni di euro emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria. Qualcosa, però, non quadra. Un loro difensore, l’avvocato Emilia Eva Giurato, fa infatti notare che “a seguito delle denunce sporte” dai due fratelli Berna nei confronti di esponenti di numerose cosche di ‘ndrangheta, sia loro che “le loro famiglie vivono da circa tre anni sotto scorta”, e le loro dichiarazioni, “accuratamente vagliate dall’autorità giudiziaria, sono state ritenute attendibili ed hanno portato ad arresti e condanne nell’ambito, tra gli altri, dei procedimenti Heliantus, Malefix e Metameria”, nei quali “a Francesco Berna, quale persona offesa dal reato, è stato riconosciuto il diritto al risarcimento del danno per le innumerevoli estorsioni subite, nel corso di quasi trent’anni, nello svolgimento della propria attività imprenditoriale”. Poco dopo, però, i due imprenditori vengono rinviati a giudizio, e nel processo celebrato col rito abbreviato il Gup condanna per concorso esterno sia Demetrio che Francesco Berna: il primo a 6 anni e 8 mesi, il secondo a 4 anni.

Nel gennaio del 2025, poi, viene emesso un decreto di confisca beni per un valore di oltre 50 milioni di euro a loro carico. La condanna lascia quasi senza parole i legali dei fratelli Berna, Giurato, Francesco Albanese e Gian Domenico Caiazza, che infatti si dicono certi che la sentenza non potrà reggere a una vaglio successivo, in quanto costituisce “un paradosso sconcertante, al pari della misura di prevenzione conseguentemente adottata”, che “un elementare senso di giustizia e di buon senso non potrà che correggere nei prossimi gradi di giudizio, riconoscendo la condotta esemplare dei signori Berna, processati e condannati mentre in quella stessa aula una nutrita scorta dello Stato ne doveva proteggere l’incolumità”. Avevano ragione loro. Il 30 giugno scorso, infatti, mentre le loro aziende si trovano in amministrazione giudiziaria da sette anni, la Corte d’appello di Reggio Calabria, di fronte a una richiesta di condanna a 12 anni per Demetrio Berna e 6 per il fratello, ha ribaltato la sentenza, assolvendoli perché il fatto non sussiste.