Il ricordo
È morto Pippo Di Marca, maestro del Teatro e galantuomo: è precipitato dal suo terrazzo a Trastevere
Alla domanda che cos’è il “teatro di ricerca” Pippo Di Marca, catanese, classe 1939, strizzava gli occhi e prendeva una lunga pausa prima di risponderti schermato dalle lenti scure degli occhiali: “eravamo affamati di povertà. Volevamo rompere con quelle figure così gigantesche della tradizione come Strehler, Visconti, Gassmann”. Un mondo separato quello di Di Marca, Carmelo Bene, Leo De Bernardinis, Carlo Quartucci, Memè Perlini, ecc…
Parallelo e alternativo a quello ufficiale; il loro teatro “piccolo” che pensava in grande di fare la rivoluzione. Si esprimeva in dei sottoscala, scantinati, cantine. Oggi questi spazi li chiamiamo “off” ma allora c’erano i ganci per appendere i salami e una strana puzza di pecorino misto legno e stoffa dei sipari. Il teatro Sessanta-Settanta era tutto da reinventare, da ristrutturare. L’Avanguardia, la sperimentazione, la ricerca nel teatro alternativo è stato un felice morbo che ha contagiato molti della mia generazione. Si provavano spettacoli, all’Orologio, al Beat 72, al Teatro Colosseo prima che diventasse una palestra Virgin sponsorizzata da Madonna, alla Comunità di Giancarlo Sepe e si andava al Vascello a Monteverde a vedere la retrospettiva del duo Nanni-Kustermann, fondatori del teatro La Fede.
Una fede appunto: c’era il teatro politico, povero, danza, d’autore, di poesia, di innovazione, di scrittura scenica, e Pippo Di Marca fonda il suo spazio: Il Meta-Teatro, proprio a Trastevere. Era una tribù disorganica, complessa, estroversa, molta teoria e in alcuni poca prassi ma voglia di sperimentare linguaggi nuovi, fuori dalla chiacchiera del teatro borghese coi suoi birignao, i palchetti e coi velluti. Carmelo Bene chiamava con affetto i suoi colleghi d’arte fuori ordinanza: “Pecore nere, ma sempre pecore sono. Per lo Stato maiale!”.
Il Teatro, che è una cosa ben diversa dallo spettacolo, è un ossimoro continuo: mette insieme i contrari e li fa esplodere, richiama il divino e il demoniaco, il sublime e il basso. Il corpo dell’attore è sciamanico, non si esercita solo sulla parola da re-citare, ha infinite articolazioni che sono visionarie, allusive, inquietanti, gioiose, rivelatrici. Chi stava in quei gruppi poteva provare sulla scia del Living americano o dell’Odin di Eugenio Barba, una vera e propria metamorfosi. Affioravano parti sconosciute. Una pratica di lavoro, la maturazione di un percorso di indagine come essere umani. Una poesia che non è detta, è del corpo. Pippo Di Marca infondeva una sua libertà artistica che si doveva difendere anche economicamente, senza cedere perciò al richiamo della commercializzazione imperante. Forse è per questo che non ce l’ha fatta. Il teatro è effimero per sua natura e tutti noi siamo di passaggio, dobbiamo uscire dalla quinta prima o poi. La sola cosa che resta è la memoria. Chi ha fatto e visto anche per poco quella particolare stagione teatrale. Ci saranno ancora quei pomeriggi militanti, quelle discussioni, quei collegamenti, quelle prove senza tempo? Grazie Pippo, maestro e galantuomo.
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