Secondo l’Istat, i reati più comuni sono il furto, la violazione delle leggi in materia di stupefacenti, l’omesso versamento delle ritenute previdenziali, la ricettazione, le lesioni personali volontarie, la violenza, la resistenza o l’oltraggio a pubblico ufficiale, i delitti relativi alle leggi sull’immigrazione, la truffa, la minaccia, la rapina. Ma nessuno di questi viene citato dall’assessora Eleonora de Majo che, intervistata dal Corriere del Mezzogiorno, ha stilato una sua personalissima lista dei reati da tenere d’occhio; che fanno la differenza; gli unici che indicano il discrimine tra chi può e chi non può fare politica. Eccola. «Per come la penso io, i reati che stridono con la rappresentanza sono la corruzione, l’uso del potere politico per profitti personali, le trattative con le mafie favorite dai servizi deviati per risolvere i grossi problemi di gestione del territorio, il clientelismo come modalità ordinaria di costruzione del consenso, gli appalti e le gare truccate, e tutto ciò che è parte integrante della politica di questo paese».

Di conseguenza, e ovviamente per assurdo, potresti benissimo essere uno stalker o uno stupratore e continuare a firmare delibere comunali; o organizzare rapine in banca e, nei ritagli di tempo, presentare interrogazioni parlamentari. Addirittura potresti essere un killer seriale o un caporale sfruttatore di immigrati, chi se ne frega. L’importante, avverte de Majo, è che tu non metta le mani sulle gare di appalto e non stringa accordi con mafiosi e camorristi. Tutto questo serve all’assessora, in generale, per interpretare a suo modo il mondo e, in particolare, per giustificare chi, come i “suoi fratelli”, così li chiama, è stato denunciato per aver gettato sacchetti della spazzatura contro De Luca o per aver opposto resistenza, oltraggiandolo, a un pubblico ufficiale. Messo alle strette, perfino de Magistris ha dovuto prendere le distanze da una simile weltanschauung, sebbene presentata dalla de Majo come la stessa di una Alexandria Ocasio-Cortez, la deputata democratica più famosa del Congresso americano, o di chiunque partecipi alle manifestazioni contro la “police brutality”.

Come se fosse la stessa cosa uccidere George Floyd a Minneapolis, con la tecnica del knee-to-neck-move, del ginocchio sul collo, o chiedere le generalità in piazza a Bellini a chi lancia insulti all’indirizzo di una volante della polizia. Ma paradossi a parte, qual è il punto? Il punto è che a fondamento di tanta radicalità c’è una distinzione culturale prima ancora che tecnica che piace molto anche al sindaco. È quella tra Giustizia e Legalità, dove la prima è vissuta come un valore assoluto e la seconda è tollerata come uno scarto di produzione – dove la fabbrica è ovviamente lo Stato – da destinare alla raccolta differenziata. Una distinzione molto praticata in letteratura e assai frequentata dagli utopisti rivoluzionari. Che consente di separare i buoni dai cattivi in modo del tutto relativo, se non arbitrario e addirittura eversivo.

E perciò altamente equivoca, tale da poter mettere seriamente in pericolo la fabbrica di cui sopra, cioè lo Stato di diritto. Inoltre, un conto è se tutto questo resta in lontananza rispetto all’attività amministrativa, come un riferimento culturale, appunto, o una fisima ideologica; un altro è se da elemento scenografico diventa invece l’essenza stessa dell’azione di governo. Negli ultimi anni, a Napoli è successo esattamente questo: abbiamo avuto molti proclami discutibili e pochissimi fatti concretamente apprezzabili. Il che rende i primi ancora più insopportabili, perché chi, come la nostra assessora, dice di battersi «per i diritti degli ultimi e non per le rendite dei pochi» avrebbe dovuto cambiare la città in meglio, non condannarla all’anarchia.