Ambrogio
Elezioni Sesto San Giovanni e San Donato: due città specchio al voto
Falck a nord, Eni a sud: due industrie hanno costruito altrettante città, e nel 2027 quelle città torneranno alle urne nello stesso anno in cui Milano sceglierà l’erede di Sala. Le loro vicende sono speculari, e per questo dicono molto sullo stato di salute della politica nella cintura.
Per la prima volta dal 1945, Sesto San Giovanni voterà senza un’egemonia da difendere o da abbattere. Roberto Di Stefano, il sindaco che nel 2017 espugnò la «Stalingrado d’Italia» strappandola a settantadue anni di amministrazioni rosse, ha esaurito i due mandati e dovrà farsi da parte. Per il centrodestra è l’esame della maturità: dimostrare che la conquista del secondo comune della città metropolitana, quasi 80 mila abitanti, non fu un incidente legato a un nome ma un mutamento del corpo elettorale. Dalla fine della guerra al 2017 a Palazzo comunale si erano alternati Pci, Psi, Ds e Pd, in una continuità che faceva della città il simbolo dell’Italia operaia; Di Stefano, eletto con Forza Italia e poi passato alla Lega, ruppe l’incantesimo e si riconfermò nel 2022. Ora i nomi per la successione circolano sottovoce: gli assessori Antonio Lamiranda e Gianni Fiorino, il sardoniano Davide Coccetti, la cui corsa resta appesa alle ambizioni regionali dello stesso Di Stefano. A sinistra Michele Foggetta, sfiorato il colpo nel 2022, è pronto a riprovarci, mentre nel centrosinistra si fanno i nomi del capogruppo Ernesto Gatti, di Clara Serraino e dell’ex dirigente della polizia Paola Morsiani, evocata come bandiera di legalità. Paradosso non da poco: oggi è la sinistra a battere sulla sicurezza, denunciando degrado e spaccio al Rondò e in piazza Trento e Trieste, prova di quanto le vecchie appartenenze si siano confuse. Ma la posta vera non sono i candidati: è la trasformazione fisica della città. Sulle ex aree Falck sta sorgendo la Città della Salute e della Ricerca, con l’Istituto dei Tumori e il Besta, attorno a un quartiere progettato per quindicimila residenti e a una stazione disegnata da Renzo Piano; si è perfino discusso di costruirvi il nuovo stadio del Milan. Chi siederà a Palazzo comunale governerà uno dei più estesi cantieri di rigenerazione urbana d’Europa.
Sull’altro lato di Milano, dieci chilometri a sud-est del capoluogo, San Donato racconta il rovescio. Trentaduemila abitanti, è la città che l’Eni di Enrico Mattei costruì dal nulla negli anni Cinquanta: Metanopoli, il quartiere-azienda nato attorno al «cane a sei zampe», resta tuttora il cuore amministrativo del gruppo energetico. Qui, la sera del 26 giugno 2022, lo spoglio del ballottaggio ribaltò ogni previsione: vinceva Francesco Squeri, candidato di due liste civiche, con un plebiscitario 64 per cento. Era una sfida a tre racchiusa in sette punti: in testa, al primo turno, il centrosinistra di Gianfranco Ginelli; subito dietro Squeri; e il centrodestra di Guido Massera, terzo per appena quattrocento voti e fuori dal ballottaggio. Al secondo turno Squeri ha intercettato proprio quell’elettorato, travolgendo il Pd in una città che i Democratici amministravano da un decennio. I partiti, semplicemente, erano stati scavalcati. Eppure la città non è una roccaforte immobile: prima dell’era Checchi aveva conosciuto l’alternanza, dal centrodestra civico di Mario Dompé alle giunte progressiste. L’affluenza al ballottaggio, precipitata al 38,5 per cento, ha raccontato l’altra faccia della medaglia: il disincanto. Nel 2027 quel modello sarà messo alla prova: Squeri, al primo mandato, potrà ricandidarsi e dovrà dimostrare che il civismo sandonatese è un sistema e non una parentesi, mentre il centrosinistra orfano dell’era di Andrea Checchi prova a riorganizzarsi e l’identità di company town fa i conti con la transizione energetica che ridisegna l’Eni stessa.
Due laboratori, una stessa lezione. Dove l’industria del Novecento aveva fabbricato anche le appartenenze — la catena di montaggio come scuola di partito — la fine delle ciminiere ha sciolto i vecchi blocchi. A Sesto la sinistra ha perduto una rendita che pareva eterna; a San Donato i partiti hanno perduto il monopolio della rappresentanza. Il voto del 2027 nella cintura non sarà l’appendice di quello milanese: misurerà quanto, nel cuore produttivo della Lombardia, la geografia del consenso si sia fatta mobile.
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