Il ceppo di adenovirus chiamato F41 “sembra la causa più probabile” dell’allarmante numero di casi delle rare epatiti acute pediatriche di origine ignota che si registrano in Europa da diverse settimane. A sottolinearlo è un report diffuso oggi dall’Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito (UKHSA), il Paese che ha fatto registrare ad oggi il maggior numero di casi confermati.

Solo nel Regno Unito, si sono ammalati 114 bambini e 10 hanno avuto bisogno di un trapianto di fegato. Proprio l’Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito era stata la prima, il 6 aprile scorso, a lanciare l’allarme, segnalando i primi 60 casi sospetti.

Secondo l’Agenzia britannica questo ceppo di adenovirus sarebbe, per prove sempre più crescenti, il responsabile di questa piccola epidemia che ha colpito alcuni bambini piccoli. La maggior parte dei bambini colpiti ha cinque anni o meno e ha manifestato sintomi di gastroenterite, come diarrea e nausea, seguiti da ittero o ingiallimento della pelle e degli occhi.

Nel report dell’agenzia, aggiornato al 25 aprile e diffuso dai media inglesi, si sottolinea che la maggior parte dei bambini che contraggono l’adenovirus non hanno sintomi particolarmente gravi. “Le informazioni raccolte attraverso le nostre indagini suggeriscono sempre più che questo aumento dell’insorgenza improvvisa dell’epatite nei bambini è legato all’infezione da adenovirus“, ha dichiarato Meera Chand, direttrice delle infezioni cliniche ed emergenti presso l’Ukhsa. L’adenovirus è infatti “l’agente patogeno più comune rilevato nel 75% dei casi confermati” nel Regno Unito.

Gli scienziati stanno anche indagando sulla possibilità che ci possa essere stato un cambiamento nella composizione genetica del virus “che potrebbe innescare più facilmente l’infiammazione del fegato”.

La responsabile delle infezioni cliniche dell’Ukhsa ha sottolineato comunque che l’Agenzia “sta indagando a fondo su altre potenziali cause”. Tra queste una possibile infezione da Covid che abbia fatta da fattore scatenante per i problemi al fegato insieme all’adenovirus, o che le misure di precauzione imposte nella pandemia possano aver portato i bambini piccoli a essere esposti per la prima volta all’adenovirus in un momento successivo della loro vita rispetto a quando normalmente accade, portando a una risposta immunitaria più vigorosa nei confronti dell’adenovirus.

I casi globali

Quanto ai numeri globali dell’epatite acuta pediatrica, l’Oms ha confermato oggi “169 casi riportati in 11 Paesi in Europa e negli Stati Uniti”, in bambini di età compresa tra un mese e sei anni. In una conferenza stampa il direttore dell’Organizzazione mondiale della Sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus ha anche spiegato che 17 bambini hanno avuto bisogno di un trapianto “e si è registrato un decesso”.

Una situazione “seguita da vicino” anche in Europa. La commissaria alla Salute, Stella Kyriakides, ha spiegato che “dal 25 aprile abbiamo confermato circa 40 casi in 12 Stati e sono di origine ignota. Altri circa 110-112 casi sono stati riportati in Gran Bretagna”.

Stiamo seguendo dall’inizio con molta attenzione ed è anche la nostra responsabilità essere in contatti con le autorità, l’Ecdc sta lavorando a stretto contatto con l’Oms e con gli Stati membri per raccogliere tutte le informazioni. Finora i casi riscontrati sembrano riguardare i bambini dall’età di un mese e i sedici anni. Alcuni di loro hanno avuto un trapianto di fegato. Ciò che vediamo è che l’origine sembra virale, una sorta di adenovirus ma come ha detto l’Ecdc, servono ulteriori informazioni, e sta lavorando a una valutazione del rischio che verrà pubblicata domani. Quello che chiedo è che gli Stati membri condividano con tutte le informazioni per essere in grado di monitorare al meglio la situazione“, ha aggiunto Kyriakides.

I casi in Italia

E l’Italia? Intervenendo a SkyTg24, il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri ha spiegato che nel Paese al momento vi sono “otto casi sospetti di epatite non conosciuta”, mentre “altre 12 segnalazioni di epatite sono allo studio. Avere 20 segnalazioni significa che il sistema è allertato. Se ne avranno molte altre in tutto il mondo. Non dobbiamo sottovalutare il problema ma nemmeno creare panico”.

Un primo caso sospetto è stato segnalato anche a Milano dove è stato ricoverato un bimbo di 4 anni al San Paolo. Il piccolo sta meglio, come ha confermato a LaPresse Giuseppe Banderali, direttore Pediatria e Patologia Neonatale dello stesso ospedale. “Sta molto meglio rispetto a quando è entrato”, ha spiegato il dottore precisando che “non abbiamo nessun allarme clinico nei suoi confronti”. “Di casi con agente eziologico sconosciuto ne abbiamo giù avuti in precedenza, non siamo di fronte a un’entità nosologica che non abbiamo mai individuato”, ha spiegato ancora Banderali

Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.