“Vogliamo riaprire, fateci ripartire”. La protesta esplode improvvisa, a macchia di leopardo, per chiedere l’allentamento delle restrizioni anti covid. A Roma, in Campania, a Bari, Milano il tam-tam della rete e la spinta di qualche regista non proprio occulto ha portato un migliaio di manifestanti in piazza. Erano previsti qua e là ambulanti, ristoratori, autotrasportatori, titolari di attività commerciali colpiti dalla crisi conseguenza delle chiusure. Si sono infiltrati però estremisti di destra che hanno provano a cavalcare a modo loro.

A Roma la piazza Montecitorio transennata per un sit-in autorizzato di cinquanta ristoratori è diventata l’arena in cui più di trecento manifestanti, organizzati in gruppi e arrivati da punti diversi, hanno provocato scontri con la polizia, lanciato oggetti e acceso fumogeni. Una piccola folla colorita e agguerrita, con tanti no-Mask e qualche ultras senza stadio a cui sono state sequestrate spranghe e bastoni. Un gruppo evidentemente tanto ispirato dall’assalto di Capitol Hill da essere guidato da un emulo del pittoresco assalitore trumpiano Jake Angeli: un 51 enne modenese, Ermes, vestito di pelliccia e copricapo con le corna che è potuto arrivare indisturbato ai piedi delle transenne di Montecitorio, attraversando il centro della Capitale.

La Questura romana richiama la circolare firmata da Franco Gabrielli qualche mese fa: «Gruppi di facinorosi possono approfittare del malumore dei settori più colpiti dalle chiusure per far salire la tensione», scriveva. Ed ecco Montecitorio, la Capitol Hill della politica italiana, con tre agenti di polizia leggermente feriti dal lancio di bottiglie e altri oggetti. Davanti a noi vola uno sgabello di plastica. Le transenne diventano una barricata che divide la piazza del potere e quella della rabbia: “Vogliamo libertà”, gridano in coro. Un deputato salta il fossato, ben accolto dai manifestanti: è Vittorio Sgarbi. Improvvisa un discorso che finisce per infiammare: «Ci chiudono, ci affamano. Se non si muore di Covid si muore di fame». Spuntano i volti noti dell’estrema destra romana, Casa Pound. Si materializza Gianluigi Paragone: «Imprenditori e ristoratori sono sedotti e abbandonati, la situazione continuerà a peggiorare. E nessuno capisce più la grammatica della protesta», dice al Riformista, circondato delle bandiere del suo “Italexit”. I sovranisti in piazza contestano la Lega al governo; i populisti contestano i 5 Stelle con Draghi. È certo che un malumore stia serpeggiando, al netto degli agitatori.

Molti “invisibili” – tra i non garantiti, i precari, i disoccupati, i lavoratori in nero delle periferie urbane – non tengono più. E non trovano più quel cuscinetto tra piazza e istituzioni costituito da Grillo o da Salvini. Per molti la capacità di sopportazione è esaurita e la tenuta sociale è messa sempre più a dura prova. Ieri mattina Istat ha reso noti i dati dell’occupazione: in un anno è andato perso 1 milione di posti di lavoro. La protesta non va in scena solo a Roma. La piazza si è fatta rovente anche nel Casertano, dove è stata bloccata per ore l’autostrada A1, con pesanti conseguenze sul traffico nei due sensi di marcia, a Bari dove un sit-in ha bloccato il centro, a Milano dove due distinte manifestazioni hanno preso piede tra la Stazione Centrale e via Melchiorre Gioia. In strada i lavoratori delle imprese dei bus turistici, con una quarantina di autisti sotto la sede della Regione Lombardia. Più animata la protesta degli ambulanti che si sono ritrovati davanti alla Stazione centrale: qui, al grido di “lavoro lavoro”, circa 200 ambulanti si sono dati appuntamento per invocare ristori e per chiedere di «riaprire il prima possibile in modo da poter ritornare a lavorare». Un centinaio i mezzi con cui si sono dati appuntamento nel luogo del ritrovo, con inevitabile impatto sulla circolazione.

Solo verso sera la piazza di Montecitorio si è calmata, quando tre esponenti di Fratelli d’Italia sono andati a incontrarli. Francesco Lollobrigida, il capogruppo in commissione Bilancio, Paolo Trancassini, e quello in Attività produttive, Riccardo Zucconi li hanno ascoltati, prendendo le distanze dai violenti. «È incredibile che nessuno del governo ci parli», hanno protestato. E più in generale, il codice di comunicazione adottato dal governo Draghi mostra i suoi limiti. Se era eccessivamente teatrale lo stile di Giuseppe Conte, con i bagni di folla, le continue dirette, l’affannosa riconcorsa dei tg e il gran finale col banchetto in piazza, ora sembra si sia passati all’eccesso opposto. L’opinione pubblica è disorientata e le avvisaglie delle ultime 24 ore sembrano confermarlo: i governi che lavorano bene ma non lo sanno comunicare, consentono ad altri di soffiare sul fuoco.

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.