Esteri
Filippo Sensi: “Stanchi di sostenere Zelensky? Gli unici a lamentarsi dovrebbero essere gli ucraini”
Filippo Sensi è Senatore del Partito Democratico, già portavoce e capo dell’Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio dei Ministri durante i governi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. È considerato una delle voci istituzionali italiane più attive nel sostegno all’Ucraina e nella difesa dell’integrità europea nel contesto della crisi geopolitica attuale.
Ancor più che in Ucraina, è in Europa che si percepisce una “stanchezza” rispetto all’affronto delle conseguenze della guerra scatenata dalla Federazione Russa?
«Sì, questa percezione esiste, ma è difficile da giustificare. Gli unici realmente “stanchi” dovrebbero essere gli ucraini, che continuano a vivere sotto attacchi quotidiani. La resistenza ucraina andrebbe in primis sostenuta in qualità di difesa di un Paese aggredito e – in secondo luogo – perché Kyiv ha sviluppato capacità militari, tecnologiche e industriali avanzate. L’Europa dovrebbe osservare e valorizzare questa evoluzione anche in chiave strategica».
Dov’è più attivo il fronte filorusso in Italia e da cosa origina?
«Esiste ed è attivo sia nella maggioranza che nell’opposizione politica. Ha visibilità nei media e nei talk show, contribuendo alla diffusione di disinformazione e narrazioni distorte che alimentano indifferenza o ostilità verso l’Ucraina. Origina da un retaggio storico di anti-occidentalismo diffuso sia a destra che a sinistra. Questo porta alcuni a credere a narrazioni fuorvianti, come quella della NATO “provocatrice” ai confini della “povera Russia costretta a difendersi” che continuano a influenzare il dibattito pubblico. Non a caso, l’Italia appare tra quei Paesi sempre meno determinati nel sostenere pienamente la resistenza ucraina. Esistono minoranze solidali, ma nel complesso si registra una certa disaffezione. Inoltre, c’è una significativa sottovalutazione della “info war” e della capacità della propaganda russa di penetrare nel dibattito pubblico e condizionarlo».
La Bulgaria rischia di sostituire l’Ungheria in qualità di attore interno all’Europa strategicamente affine alle volontà dei russi?
«Potenzialmente sì, soprattutto se si coordina con altre forze euroscettiche come quelle al governo in Slovacchia. Tuttavia, difficilmente ritengo potrà avere lo stesso peso politico di cui ha goduto nei 16 anni al potere Viktor Orbán in Ungheria, Stato la cui influenza nell’Unione si è consolidata nel tempo».
Quanto è cambiato il contesto geopolitico per l’Europa con la rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca?
«Profondamente. Il mondo in cui l’Europa si sentiva al sicuro sotto l’ombrello occidentale non esiste più. Anche Paesi come l’Italia sono oggi bersagli diretti di strategie ibride e competizione geopolitica. È un tema strategico a cui reagire rimanendo attenti agli sviluppi politici statunitensi e – nel frattempo – costruendo una propria autonomia strategica, soprattutto nel campo della difesa. L’Italia, e in generale l’Europa, non possono affidarsi più agli Usa e sperare con leggerezza che finita l’era Trump le relazioni tornino quelle precedenti la sua venuta».
Quali azioni dovrebbe allora intraprendere l’Europa per difendere la sua sicurezza ed integrità?
«Deve di base agire in modo unitario, definendo priorità comuni e sviluppando strumenti condivisi per affrontare crisi globali ed esistenziali. È necessario rafforzare la cooperazione tra Stati membri, accelerare i processi decisionali comuni, investire nella sicurezza e nella difesa europea, ridurre la dipendenza energetica da Paesi ostili – come nel caso del gas russo, il cui acquisto deve restare al bando – ed evitare soluzioni frammentate ed improvvisate. Bisogna prendere atto di trovarsi in una fase storica nuova, caratterizzata da minacce strutturali. Serve un cambio di paradigma che permetta di costruire un progetto europeo più autonomo ed adatto a fronteggiare le sfide del nostro tempo».
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