Sul principio non litiga nessuno. Prima di scegliere di morire un malato dovrebbe poter avere un’alternativa, sia alla sofferenza che alla fine : le cure palliative, diritto riconosciuto per legge dal 2010. Resta un diritto disuguale. Secondo la Società italiana di cure palliative viene assistito il 33 per cento dei malati che ne avrebbero bisogno, con distanze enormi fra territori, dal Trentino oltre il 70 alla Sardegna sotto il 5. Gianpaolo Fortini, presidente della Sicp e direttore delle cure palliative integrate all’Asst Sette Laghi di Varese, ne trae una formula che vale come diagnosi: un malato sofferente e solo può sentirsi senza alternative.

La Lombardia, in quella classifica, sta fra le prime: copertura sopra il 40 per cento, 74 hospice, 848 posti letto, assistiti passati in sei anni da 28mila a 40mila e investimenti cresciuti da 102 a 158 milioni. Bertolaso rivendica il rispetto degli standard nazionali sui posti letto, e ha ragione. Il problema lombardo è un altro, e lo dicono i numeri di casa: nel 2024 la rete dell’Ats Milano ha preso in carico 10.779 persone, ma il 7,1 per cento di chi entra in assistenza domiciliare muore entro due giorni, e in hospice la quota sale all’11,9. Una rete che esiste e che si attiva quando non c’è più tempo di provarla non offre un’alternativa. Offre un congedo.

Da qui il rovescio dell’argomento più ragionevole che si sia sentito in questi anni. Quando la bozza di legge al Senato ha previsto l’obbligatorietà delle cure palliative come requisito per accedere alla morte assistita, a obiettare non sono stati i radicali ma i palliativisti: la Sicp ha replicato che i due percorsi non sono associabili e che l’obbligo non è praticabile dove l’accesso è garantito a una persona su quattro. La società scientifica chiede di non essere arruolata in una battaglia che non è la sua.

Il Parlamento, intanto, ha scelto di non scegliere. Il 3 giugno l’Aula del Senato ha approvato con 88 voti contro 59 la questione sospensiva di Fratelli d’Italia sul disegno di legge Bazoli, rinviandolo alle commissioni Giustizia e Affari sociali dopo che i capigruppo lo avevano calendarizzato all’unanimità. Nelle commissioni giace il testo di maggioranza, che sul punto decisivo va nella direzione opposta a quella lombarda: escludere il Servizio sanitario nazionale dalla fase finale della procedura. Quello che il servizio pubblico ha fatto il 25 agosto in Brianza è ciò che quel testo renderebbe impossibile. Di una rete che intercetti il bisogno un anno prima, invece, in nessuna commissione si discute con la stessa intensità.