La meraviglia di certi paradossi. È stata la polizia e il ministero delle polizie a evitare che l’Italia diventasse uno stato di polizia dove uomini in divisa possono entrare a qualunque ora nelle abitazioni private per verificare il numero di quanti siedono intorno ad un tavolo o davanti a una tv per vedere una partita della Champions. La bella notizia è che quando la polizia difende i diritti, significa che la democrazia è matura e salda. La brutta notizia è che due ministri, forse tre, siano arrivati a sostenere la misura dei controlli a domicilio anteponendo il diritto alla salute (articolo 32 della Costituzione) a tutti gli altri diritti fondamentali previsti dalla Carta.

L’entrata in vigore dell’ultimo Dpcm, quello della stretta per scongiurare un nuovo lockdown, continua a regalare retroscena inaspettati. Del nuovo Dpcm si parlava ormai da metà della scorsa settimana e siti e giornali ogni giorno potevano arricchire le loro cronache. Il dato che il 75% dei nuovi contagi origina in contesti familiari è uno di quelli che più ha fatto riflettere esperti e politici. Poi succede che domenica sera il ministro della Sanità Roberto Speranza va ospite da Fabio Fazio e dice che «i party privati dovranno sottostare a controlli», nel caso anche usando lo strumento della delazione tra vicini di casa. Il giorno dopo il panico si mescola all’incredulità. «Macché dai non l’ha mica detto…». Conte è in missione a Taranto. Nel pomeriggio tardi si devono riunire a palazzo Chigi i capi delegazione e poi il governo e le regioni, per definire i passaggi del Dpcm. Atteso per quella sera. Come poi sarà.

Arrivano dunque a palazzo Chigi, lunedì dopo le 18. Conte è di ritorno dalla Puglia. Ha fretta di tornare perché gli giunge notizia che i ministri Speranza e Franceschini vogliono fare sul serio. Vogliono veramente inserire nel Dpcm, che è un atto amministrativo e non una legge primaria, una forma di controllo dei party privati, in casa e non solo. Il premier vacilla, sa di andare incontro ad un casus belli. Ed ecco che coinvolge il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese per avere un parere che chiarisca perché questa forma di controllo non è possibile. Di più: anticostituzionale. Da notare che fino a quel momento Lamorgese, ministro dell’Interno tecnico di un governo politico, non è mai stata coinvolta in nessuna delle riunioni preparatorie del Dpcm fin lì convocate. Il prefetto Lamorgese, già seccata e non da quel giorno per questa “dimenticanza”, coinvolge a sua volta per un parere tecnico il capo della polizia, il prefetto Franco Gabrielli. Che produce nel giro di un’oretta un appunto che spazza via ogni dubbio per “questioni di ordine giuridico” e altre di natura pratica. Quest’ultime così sintetizzabili: le forze dell’ordine, tutte, hanno già abbastanza da fare nel contrasto dei reati, la gestione dei flussi migratori e ora anche delle norme di contenimento anti-Covid, che non possono essere coinvolte in controlli che «potrebbero nascere da meccanismi delatori, rivalità e dissidi di vicinato».

L’appunto, circa una pagina e mezzo, ha un titolo – “Ipotesi riguardanti gli assembramenti destinati a svolgersi nei luoghi di privato domicilio” – la prova di come quell’ipotesi fosse fino a quel momento sul tavolo. «Si fa riferimento – si legge nell’appunto – all’ipotesi emersa in queste ore di inserire nel Dpcm previsioni volte a consentire al personale delle forze di polizia di accedere ai luoghi privati e di privato domicilio al fine di verificare l’eventuale esistenza di raduni o assembramenti di persone oltre il limite consentito. Al riguardo si fa presente che la soluzione prospettata non sembra agevolmente praticabile alla luce dell’articolo 14 della Costituzione che riconosce l’inviolabilità del privato domicilio». Tra citazioni di sentenze della Corte Costituzionale e rinvii a fonti di legge primaria, il Capo della polizia dimostra come sia impossibile impedire i party privati. Le eccezioni all’articolo 14 della Carta sono possibili «solo nei casi e nei modi stabiliti dalla legge e nel rispetto delle garanzie». La restrizione del diritto, ovvero le perquisizioni di privati sono possibili solo se trovano fondamento in fonti primarie (leggi e non Dpcm) e autorizzate dalla magistratura. Anche in caso di «tutela della salute dell’incolumità pubblica» vale la riserva assoluta di legge e di giurisdizione. Di certo, per andare a vedere che succede presso privati, non possono essere usate le norme esistenti, quelle che autorizzano le perquisizioni per la ricerca di armi, esplosivi e latitanti.

A ben vedere, spiega bene l’appunto del Direttore generale della pubblica sicurezza, ci sarebbe un modo per autorizzare questi controlli: «Il Parlamento dovrebbe dichiarare lo stato di guerra e conferire al governo i poteri necessari per farvi fronte». È una provocazione, ovvio. Roba da far tremare i polsi. Così come quando si specifica che «l’attuale ordito costituzionale non conosce clausole derogatorie per ragioni di ordine e sicurezza pubblica come quelle invece a suo tempo previste dall’articolo 48 della Costituzione di Weimar». Si tratta della Costituzione del Reich tedesco che guidò la Germania dall’11 agosto 1919 fino alla presa del potere da parte di Hitler. L’Articolo 48 consentiva al Presidente di «prendere le misure necessarie al ristabilimento dell’ordine e della sicurezza pubblica», senza specificare i limiti di questo potere e senza definire cosa costituisse effettivamente “necessità”. Arrivò Hitler, appunto. Questo appunto tecnico ha sepolto per sempre ogni ipotesi politica di “verifica sui party privati”. E suggerisce, per ora e per dopo, di dare un’occhiata alla Costituzione prima di fare certe ipotesi.