Professor Giovanni Guzzetta, costituzionalista, abbiamo rischiato di trovarci i poliziotti in casa a contare le presenze nei domicili privati?
Abbiamo evitato il punto di non ritorno. Un rischio che ha aleggiato per quasi 48 ore. Bisogna ringraziare chi ha evitato questo scempio.

Addirittura… quale scempio?
Che fossero cannibalizzate con lo strumento del Dpcm almeno tre norme fondamentali della nostra Carta: l’articolo 17 sulla libertà di riunione, l’articolo 14 sulla libertà di domicilio, l’articolo 18 sulla libertà di associazione.

Lo hanno proposto un paio di ministri, a cominciare dal titolare della Salute. Si è opposto il Quirinale con la tradizionale moral suasion. E a quel punto anche il premier Conte.
Ecco, appunto, dobbiamo ringraziare sentitamente entrambi. La cosa preoccupante è che alcuni ministri non abbiano avuto alcuna remora nel proporre una cosa del genere. Così tanto da anticiparla addirittura in tv la sera prima. Questo dimostra, a dir poco, scarsa consapevolezza dei principi costituzionali. E il fatto che agiscono solo con la logica del fine che giustifica i mezzi quando l’efficacia del fine non è chiara e i mezzi non sono proporzionati.

Lunedì sera nella riunione dei capidelegazione c’è stato uno scontro importante nella maggioranza. La ministra Bellanova (Iv) avrebbe lasciato la riunione se quella norma fosse entrata. I governatori hanno detto no. Il punto è che la proposta è stata avanzata proprio dal ministro della Sanità che ha in mano i dati sull’evoluzione del contagio e sa che il 75% dei casi sviluppa proprio in casa e nei rapporti familiari. La paura e la tutela della Salute possono giustificare una limitazione dei diritti? Oppure anche lei va iscritto nella lista dei negazionisti?
Sui negazionisti vorrei fare un discorso a parte. Secondo me la domanda non è questa. La domanda è: esistono nell’ordinamento strumenti per far fronte a situazioni inaudite come quella che stiamo vivendo? Tutta la costruzione giuridica che abbiamo visto in questi mesi – stati di emergenza, Dpcm, ordinanze, protocolli – nasce dal presupposto che non esistano altri strumenti per affrontare l’inaudito che stiamo vivendo. Invece gli strumenti ci sono purché sia rispettata l’essenza delle democrazie, ovverosia che queste misure estreme siano decise dal Parlamento in collaborazione con il governo.

E invece?
Viceversa, il Parlamento resta sempre a bagnomaria a ratificare; il governo costruisce atti generali, i decreti, in cui inserisce un elenco infinito di poteri, che equivale a una delega in bianco. Il Parlamento approva e i Dpcm scelgono fior da fiore. A seconda dei settori, il ministro o il capo della protezione civile negoziano, sottoscrivono protocolli, pescando qua e là, in una logica entropica caotica e indescrivibile in cui il controllo dell’opinione pubblica è assente. Una gestione dell’emergenza à la carte.

Ha dimenticato un passaggio importante: ogni decisione viene assunta sulla base del parere di un Comitato tecnico scientifico, su fatti oggettivi e non valutazioni.
Il Cts vive nella penombra per non dire nell’ombra. Unico elemento legittimante e unificante è la paura. Con un piccolo dettaglio: sul livello di paura giustificata, neppure gli scienziati sono d’accordo.

Dunque l’errore madre è sempre lo stesso: aver prorogato lo stato di emergenza?
No, l’errore è trovarci oggi, dopo 9 mesi, come se il virus fosse esploso ieri. Gli strumenti e la gestione sono esattamente identici a 9 mesi fa.

Questo non è vero: il sistema sanitario e i protocolli terapeutici hanno fatto passi da gigante.
Mi riferisco alla gestione politico-istituzionale dell’emergenza.

Assistiamo in tutta Europa, pur nella diversità dei vari ordinamenti, ad un dibattito intenso sul tema della violazione dei diritti fondamentali. Recenti sentenze in Spagna, Francia, Germania hanno bocciato provvedimenti di chiusura decisi dai governi. Dunque il problema non è solo in Italia.
In realtà vediamo quotidianamente lo scontro tra un diritto, quello alla salute, contro tutti gli altri… La confusione è generalizzata. Siamo in una situazione estrema in cui vengono messe in gioco questioni eterne come il problema dei limiti al potere. Anche a fin di bene, non c’è dubbio. Il costituzionalismo è un bene che condiziona la qualità della nostra vita tanto quanto la questione biologica.

Cioè?
Se la gente si salva dal virus ma rischia di morire di fame, oggi non è considerato un limite. Nelle democrazie costituzionali, i paletti invalicabili sono sempre e solo due: la proporzionalità delle misure che presuppone un’analisi chiara dell’emergenza e dei rischi e non solo un fanatico principio di precauzione; il principio di legalità, cioè le decisioni devono essere assunte dai rappresentanti dei cittadini, dai Parlamenti, e non blindati da voti di fiducia.

Sfida interessante per un costituzionalista?
In realtà è un dramma. La cultura liberale e delle libertà che è a fondamento delle moderne democrazie si misura proprio in vicende come queste. Dobbiamo recuperare il senso dei valori fondanti della nostra convivenza. Altrimenti, se andiamo avanti così, potremo anche salvarci ma saremo ricoperti dalle macerie. Tanto più che noi stiamo transitando dall’emergenza sanitaria all’emergenza economica con gli stessi strumenti. Concetti come linee guida, protocolli, stato d’emergenza, ordinanze, tutto questo armamentario viene traslocato sulle questioni economiche: anche questo settore sta diventando oggetto di una gestione emergenziale. E questo durerà non fino al vaccino, ma per i prossimi vent’anni. La verità è che stiamo disegnando il profilo del governo delle società per i prossimi vent’anni. E tutto questo senza lo straccio di un dibattito.

Professore, lei si sta cucendo addosso l’abito del negazionista.
E no, non ci sto. Un conto è negare l’esistenza di un problema. Altra cosa è volerlo affrontare in maniera diversa.

Eppure il ministro della Salute Speranza, che aveva proposto i controlli in casa, viene dalla sinistra, da una cultura di grandi libertà democratiche.
Forse. Ma in quella cultura, lo Stato ha una funzione paternalistica: sa cosa è bene per il cittadino anche a dispetto di quello che pensa il cittadino stesso.

Se la sua analisi è corretta, possiamo ancora correggere?
Credo e spero di sì. Quello che è certo è che la degenerazione dei sistemi democratici può avvenire in tempi molto brevi. La ricostruzione, invece, richiede tempi lunghi perché bisogna rifondare la cultura istituzionale. Ora siamo in quella fase in cui la politica del terrore arriva così all’estremo da costruire la categoria del negazionista per chi dissente, comunque, perché non si allinea. Com’è nella tradizione totalitaria, chi affronta una questione in modo diverso è subito un eretico o un nemico del popolo. Il negazionista di oggi è l’empiriocriticista di ieri, l’epiteto di Lenin per epurare Ernst Mach, solo perché non accettava lo scientismo materialista.