Michele Frangella, 21 anni, studente di Studi Internazionali all’Università di Trento, è stato ammesso come membro individuale di Chatham House, il Royal Institute of International Affairs di Londra.

Che significato ha per lei?
«La considero soprattutto un’opportunità di crescita. Chatham House è uno dei più autorevoli centri di analisi e dibattito sulle relazioni internazionali, e poter accedere a questa comunità rappresenta per me la possibilità di confrontarmi con studiosi, diplomatici, imprenditori e decisori pubblici provenienti da tutto il mondo. Più che un traguardo personale, lo vedo come un passaggio all’interno di un percorso che punta a comprendere meglio le grandi trasformazioni del nostro tempo e a contribuire, nel mio piccolo, al dibattito pubblico».

Questa esperienza si inserisce in un percorso europeo già avviato…
«Sì. Da tempo sono attivo in LYMEC, l’organizzazione giovanile che riunisce i movimenti liberali europei affiliati ad Alde, e nelle prossime settimane parteciperò alla Young Changemakers Academy dell’European Liberal Forum, che riunisce giovani provenienti da diversi Paesi europei interessati alle politiche pubbliche e ai processi decisionali. Credo che oggi sia fondamentale sviluppare una prospettiva europea: molte delle sfide che affrontiamo superano i confini nazionali e richiedono risposte comuni».

Lei si definisce «liberale, liberista e libertario». Una posizione non particolarmente comune nel panorama politico contemporaneo…
«Forse proprio per questo la considero importante. Viviamo in un’epoca caratterizzata da forti polarizzazioni, da una crescente radicalizzazione del dibattito pubblico e dal ritorno di visioni illiberali sia a destra sia a sinistra. Essere liberale significa difendere la società aperta, il pluralismo e lo Stato di diritto. Essere liberista significa credere nella capacità dell’economia di mercato di generare prosperità e opportunità. Essere libertario significa mettere al centro la libertà individuale e la responsabilità personale».

Lei è nato e cresciuto a Catanzaro. Quanto conta il rapporto con il Sud nel suo percorso?
«Conta moltissimo. Le mie radici sono una parte fondamentale della mia identità e non ho mai pensato che per costruire un percorso internazionale fosse necessario rinnegare il luogo da cui si proviene. Al contrario, credo che il Mezzogiorno abbia bisogno di giovani capaci di aprirsi all’Europa e al mondo. La mia generazione ha la possibilità di studiare, viaggiare, creare reti internazionali e riportare competenze nei propri territori».

Che messaggio vorrebbe lasciare ai suoi coetanei, in particolare a quelli del Sud?
«Direi di non considerare mai il luogo in cui si nasce come un limite. Oggi un ragazzo di Catanzaro può dialogare con istituzioni, università e organizzazioni internazionali esattamente come un suo coetaneo di Londra, Berlino o Bruxelles. L’Europa non è qualcosa di distante: è uno spazio di opportunità che aspetta soltanto di essere vissuto».