Politica
Il vuoto dei partiti liberali. Il modello organizzativo che ancora non c’è
È indubbio che la sfida per i liberaldemocratici sia oggi quella di trovare una sintesi su cui fondare un nuovo compromesso tra democrazia e capitalismo. Michele Salvati e Norberto Dilmore, a cinque anni dalla pubblicazione del loro libro “Liberalismo inclusivo. Un futuro possibile per il nostro angolo di mondo”, hanno rievocato la previsione di Karl Polanyi: se i liberali continuano a mostrarsi incapaci di costruire un nuovo capitalismo liberale, s’imporrà comunque “una riforma dell’economia di mercato raggiunta al prezzo dell’estirpazione di tutte le istituzioni democratiche tanto nel campo dell’industria che in quello della politica”.
Il disegno di Trump va in tale direzione. E incrocia gli obiettivi illiberali di quei “contromovimenti”, come li chiamava Polanyi, egemonizzati da partiti nazionalisti e populisti capaci di raccogliere, in Europa, il malcontento sollevato dalle disuguaglianze di tipo nuovo prodotte dalle crisi di questi ultimi decenni.
Tale ondata può essere fermata solo da una nuova cultura politica che fondi democrazia e neoliberismo all’altezza dei problemi del XXI secolo. Le democrazie liberali sono, per loro natura, troppo fragili per sopportare tensioni estreme. Una cultura politica non nasce dal nulla se non ci sono “infrastrutture” a ciò predisposte. Le democrazie liberali si sono storicamente alimentate di culture politiche di governo prodotte da partiti che nutrivano l’ambizione di migliorare i propri contesti economici e sociali. Ma se le formazioni politiche non producono cultura perché si sono strutturate esclusivamente per captare consensi, queste non sono in grado nemmeno di promuovere classi dirigenti.
Nel centrodestra, l’esperienza di governo abbastanza longeva non è stata sfruttata per costruire partiti capaci di produrre cultura politica e gruppi dirigenti. Anche nel cosiddetto “campo largo” il PD ha perso l’occasione per porvi mano approfittando della lunga positura all’opposizione. Nulla di nuovo è sorto nemmeno dal terzo polo. Italia Viva e Azione sono nate rinunciando in partenza a costituirsi in partiti. E hanno continuato imperterrite a proseguire su tale percorso. Il Pld, almeno negli intenti del suo fondatore, Luigi Marattin, doveva costituire una innovazione. Nella mozione con cui l’anno scorso venne eletto segretario c’era infatti scritto: “La leadership è una componente essenziale di ogni progetto politico, ma non può esserne l’unica: gli altri elementi dirimenti sono la classe dirigente, i contenuti (valori, ideali, policies) e l’organizzazione”. A distanza di un anno, si sono fatti i gruppi dirigenti nazionali, regionali e provinciali. C’è una “carta dei principi e dei valori”. Ma non c’è ancora l’organizzazione, né s’intravede un progetto per costruirla a partire dai comuni e dai municipi metropolitani. E senza un’organizzazione non possono esserci né policies, né strategia politica.
Sembra profilarsi una nuova legge elettorale con cui il premio di maggioranza scatta appena raggiunta la soglia del 40 per cento. È manna per un partito appena sorto che vuole aggregare un elettorato scontento dei due poli e non più disponibile a turarsi il naso prima di entrare nella cabina elettorale. Ma è un’occasione straordinaria solo se il Pld ha l’ambizione di diventare partito di maggioranza relativa e non di esercitare semplicemente il diritto di tribuna. Una siffatta ambizione si può coltivare se si ha in testa un modello organizzativo che innovi le forme finora sperimentate nella Seconda repubblica. Un modello organizzativo che ancora non c’è.
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