Ritornare sulla svolta del Pci significa ritornare al passaggio fondamentale che ha destrutturato il primo sistema dei partiti e che ha inciso anche sui tentativi di ristrutturarlo. Esso, com‘è noto, era fondato su due pilastri che si sorreggevano a vicenda: l’egemonia comunista sulla sinistra e l’unità politico-elettorale dei cattolici nella Dc. La seconda era resa possibile dalla prima. Con i limiti legati alla storia nazionale, in primis la breccia di Porta Pia, la Dc era infatti un partito a vocazione maggioritaria così ampia da abbracciare forze che in una democrazia normale sarebbero state alternative. Compresa un’area di sinistra molto significativa anche se strutturalmente minoritaria, soprattutto tra gli elettori, in ogni caso ben più consistente dei frammenti di sinistra cattolica fuori dall’area della Dc. In qualche momento, come nel congresso democristiano del 1976, che si è ricordato nei giorni scorsi per l’anniversario della morte di Zaccagnini, poteva provvisoriamente risultare maggioritaria, ma solo in via contingente. Essa rappresentava, insieme alla tradizione socialista, la principale componente destinata ad essere messa in discussione nella sua collocazione dalla svolta del Pci. Dal momento, però, che l’elemento di identificazione non era il partito come tale, in quanto debole federazione di correnti, la definizione più centrata era quella di cattolicesimo democratico perché faceva riferimento ad una cultura politica e non a quello specifico strumento. Quali erano le chiavi di lettura con cui essa si era fin lì approcciata al comunismo in generale e a quello italiano in particolare? Essenzialmente due. Anzitutto quella di Jacques Maritain, a cui si deve la puntuale definizione del comunismo come “ultima eresia cristiana”: eresia perché separava la verità cristiana dell’istanza della redenzione del mondo dall’altra verità non superabile, anche e soprattutto dalla politica, della finitezza umana, che si esprime nell’idea del peccato originale. Nel 1944 in Cristianesimo e democrazia, Maritain ne parla come di un’eresia «fondata sulla negazione coerente e assoluta della trascendenza divina, un’ascesi e una mistica del materialismo rivoluzionario integrale», ma formula anche una profezia, segnalando la probabilità che «una rinascita del pensiero e dell’azione democratica riconcili con la democrazia, col rispetto delle cose dell’anima, coll’amore della libertà e col senso della dignità della persona… molti comunisti per sentimento e molti di coloro che un senso di ribellione contro le ingiustizie sociali rende inclini al comunismo».

In termini pratici ciò si traduceva in una posizione di collaborazione nella distinzione, come praticata nella Resistenza a cui la ricostruzione di Maritain intendeva dare appunto un fondamento…
In modo analogo, anche se non identico, proprio nel suo ultimo scritto del 1950, Fedeltà, Emmanuel Mounier descriveva chiaramente i due elementi contraddittori di forza del comunismo, il suo presentarsi come “l’armatura degli emarginati”, dando spesso effettiva voce alle loro istanze, e “l’incondizionata idolatria dell’Urss”, su cui finiva però per basarsi. Fin qui l’analisi era simile a Maritain, ma da lì in poi la proposta si diversificava. Mounier riteneva possibile contribuire a separare i due aspetti, giungendo a collaborare «con un comunismo uscito da un vicolo cieco», organizzando la “sinistra non comunista” al di là della linea di frattura tra laici e cattolici. Una sinistra a vocazione maggioritaria, ben distinta dal “laburismo dei cenacoli”, dalle debolezze di metodo dei socialismi pre-marxisti, non ossessionata dall’ “anticomunismo sistematico” ma neanche dedita al “criptocomusnimo”. Ora il venir meno dell’egemonia comunista sulla sinistra rendeva superato lo schema di Maritain, della collaborazione tra distinti, che aveva animato anche la stagione della solidarietà nazionale, e rilanciava invece quello di Mounier. Sul momento, però, prevalsero le spinte conservative o minoritarie. La svolta del Pci fu sufficiente a rimuovere gli elementi che avevano motivato l’esclusione dal Governo, ma con aspetti significativi di continuismo tali dal non incentivare effetti significativi a catena nel resto della sinistra non comunista. Non andò bene neanche a quelli che potevano presentarsi come vincitori perché non capirono che quell’esito avrebbe dovuto ridefinire la loro offerta. La sinistra dc pensò di difendere ancora l’unità del partito ritenendola non separabile dalla sua cultura di governo, mentre il primo gruppo minoritario che se ne distaccò verso sinistra nelle ultime elezioni con la proporzionale, quelle del 1992, quello che contribuì a creare la Rete, superò lo strumento partitico tradizionale ma con una cultura prevalentemente ribellistica e minoritaria, non di governo. Si dovette quindi attendere sei anni per veder nascere l’esperienza dell’Ulivo e diciotto per il Partito Democratico: i due momenti maggiori di effettiva discontinuità, anche se poi non seguiti da scelte conseguenti di lungo periodo. Paradossalmente, infatti, gli effetti di Tangentopoli liberarono rapidamente il campo del centro-destra e crearono le premesse in quell’area per la ristrutturazione berlusconiana, anche grazie alle incertezze delle forze riformiste che andarono ancora alle prime elezioni del maggioritario nel 1994 con l’idea classica di una collaborazione post-elettorale da distinti. Esprimendo in sostanza una nostalgia del periodo consociativo, l’idea di una unità per mera sommatoria delle identità precedenti, mentre la fase dei referendum elettorali 1990-1993 era stata di mobilitazione per una democrazia competitiva e quindi era stata promessa di un incontro che avrebbe dovuto cambiare i partecipanti. Nonostante l’uso frequente del termine progressisti, usato dal cartello di sinistra nelle elezioni del 1994, spesso è proprio la sinistra, in tutte le sue componenti, a fare fatica nel coglierlo e nel praticarlo in velocità. Del resto la sinistra tedesca non capì che il crollo del Muro di Berlino significava l’inevitabile riunificazione in tempi brevi e perse pesantemente le prime elezioni successive. Contrariamente alle chiavi di lettura che descrivono il declino dei vari filoni di sinistra come dovuto a un cedimento passivo a un generico liberismo, queste vicende e gli esiti odierni sembrano al contrario dovuti a mancati aggiornamenti, a ritardi nelle visioni di fondo prima ancora che nelle politiche concrete. Una storia grande, ricca di potenzialità anche per l’oggi, lo si vede nelle alterne fasi di vita del Partito Democratico, ma fatta per lo più di ritardi incrociati negli snodi decisivi. Ritardi che pesano sul presente.